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apr 112017
 

 

 

COP1

E’ in libreria IL LINGUAGGIO SIMBOLICO in psicomotricità relazionale di Laura Bettini, Edizioni Centro Studi Erickson.

Pubblico un estratto dal capitolo 2.

 

Storia degli oggetti luminescenti

C’era una volta, non molto tempo fa, un giovane istruttore di educazione fisica che insegnava nelle scuole elementari. Ogni lunedì, egli portava in palestra un gruppo di bambini piuttosto piccoli, della classe prima.

Era una palestra vecchia e poco illuminata, con attrezzature e oggetti già molto usati, corde macchiate dal tempo, aste e cerchi di legno pesanti, scheggiati, alcuni drappi molto impolverati, palloni di gomma dalla forma non più perfettamente sferica e dal colore ormai poco distinguibile.

Come gli avevano insegnato, una volta nella palestra, faceva mettere i bambini in fila e spiegava loro gli esercizi, che dovevano essere eseguiti da un bambino per volta, aspettando il proprio turno. Mentre gli alunni in testa alla fila si cimentavano con un certo impegno negli esercizi proposti, gli altri cominciavano a spingersi, buttarsi per terra, chiacchierare, ridere, e fare una confusione sempre crescente.

Indispettito, l’insegnante rimproverava la classe e ristabiliva l’ordine ma, con il susseguirsi delle lezioni, si sentiva sempre più a disagio e aveva l’impressione di dover portare delle modifiche sostanziali nel suo modo di lavorare. Confessava a se stesso, in silenzio, che gli esercizi proposti erano effettivamente molto tecnici e per niente divertenti e provava un desiderio sempre più forte di mettersi a ridere e scherzare con i suoi alunni.

Senza saper bene come uscire dall’impasse, un lunedì mattina decise di lasciare i bambini liberi di muoversi nello spazio e di fare l’uso che desideravano degli oggetti e delle attrezzature, sperando che l’esperienza, che lì per lì gli appariva soltanto come un esperimento senza seguito, gli suggerisse delle idee per migliorare il rapporto con gli alunni.

In un primo momento, loro lo guardarono increduli e rimasero immobili e silenziosi più ancora di quando lui li richiamava alla disciplina. Ma già al secondo invito il silenzio fu rotto da una valanga sonora, composta da altissime grida di giubilo e dal calpestio martellante delle corse. Per un tempo imprecisato i bambini riempirono lo spazio di vocalizzi e gesti sfrenati, in un intreccio apparentemente casuale e disordinato, ma dotato di una sua spontanea e chiassosa armonia.

L’insegnante rimase a guardare i bambini e ad ascoltarli affascinato: sembravano un vulcano rimasto a lungo a ribollire nelle profondità, che riesce finalmente a liberarsi lanciando nello spazio fuoco e lapilli. Poi ebbe, nel suo corpo, una strana percezione di freddo, perché si sentiva estraneo e fuori posto, dentro a quel grande turbinio pirotecnico.

Concesse quindi anche a se stesso la libertà di seguire ciò che il corpo gli suggeriva e si lanciò nelle corse collettive gridando a più non posso.

Quando crollò sfinito su di un grosso materasso di gommapiuma, i suoi alunni si gettarono tutti vicino a lui o sopra di lui, in un mucchio brulicante di braccia, gambe, teste, occhi ridenti e voci divertite, come alcuni certamente già facevano e altri avrebbero voluto fare a casa loro, con il loro papà. I suoi pur resistenti occhiali furono massacrati.

Rimase poi nuovamente silenzioso ad osservare i bambini e vide che ognuno di loro si dirigeva in punti diversi della palestra e iniziava a raccogliere e usare gli oggetti che vi si trovavano. Notò che non tutte le attrezzature presenti attiravano l’interesse degli alunni e che ogni bambino o gruppetto di bambini manifestava delle preferenze e attuava delle scelte in modo immediato, senza troppo pensarci sopra.

C’era chi preferiva isolarsi, distendendosi su di una palla un po’ più sgonfia delle altre e che si perdeva nel dondolio quasi fino al sonno, mentre altri, in gruppo, si scagliavano reciprocamente addosso le altre palle più gonfie, cercando di centrarsi e di scansarsi.

C’era chi si era seduto al centro di un cerchio appoggiato per terra e sembrava concentratissimo ad esplorarne con gli occhi la circonferenza, mentre un altro aveva fissato il capo di una corda ad una spalliera e stava legando con l’altro capo le proprie caviglie, imprigionandosi. Altri rincorrevano un compagno e, una volta raggiunto, lo avvolgevano strettamente con un drappo, poi lo liberavano imprimendo un movimento vorticoso che lo portava a roteare su di sé fino a perdere l’equilibrio e precipitare a terra.

Si scambiavano poi i ruoli al massimo del divertimento e dell’eccitazione.

Due bambini avevano preso dei bastoni di legno e in un primo momento avevano percorso la palestra, puntandoli per terra e sollevandosi in grandi salti con le modalità del salto con l’asta. Poi si erano affrontati, brandendo i bastoni di legno come delle spade. Durante i primi colpi, poco controllati, avevano fatto male alle mani dell’avversario ma nessuno dei due si era lagnato. Era bastato poco perché riuscissero a prendere le misure e a gestire un duello che produceva un gran frastuono di schiocchi dei legni battuti l’uno contro l’altro, ma che non aveva più alcuna conseguenza sulla loro incolumità.

Il giovane istruttore notò, per prima cosa, che nessun bambino era annoiato e che nessuno era escluso dal gioco. C’erano bambini che giocavano da soli, è vero, ma ognuno di essi aveva l’aria di essere concentrato in un compito interessante e importante.

Un’alunna con la sindrome di Down, che solitamente dava parecchi problemi durante le attività, per la sua esuberanza e la sua labile capacità di concentrazione, si era inserita in un gruppetto di altre tre compagne e collaborava nella costruzione di una zona rialzata sovrapponendo parecchi materassini fra loro per poter poi salire e saltare giù. Le bambine, che spesso erano infastidite dai suoi atteggiamenti invasivi, sembravano averla accettata piacevolmente e le davano indicazioni sul da farsi. L’operazione durava da un certo tempo e lei non dava segni di stanchezza o di distrazione.  

Durante i giochi, in una zona o nell’altra della palestra, nascevano degli scontri ma i bambini dimostravano una loro capacità di trovare, da soli, la maniera di risolvere il conflitto, nel momento in cui percepivano che l’adulto non sarebbe intervenuto per dividerli. L’istruttore fu costretto ad intromettersi una sola volta, senza dover troppo insistere per separare i litiganti.

Cominciò poi a percepire che quelle palle, quei drappi, quei bastoni e gli altri oggetti scelti dai bambini, si stavano magicamente ripulendo dalla polvere, dagli strappi e dalle ammaccature rivelando una loro natura segreta, fresca e scintillane, immune al passare del tempo. “Di cosa si tratta?”, si chiese stupito.

Osservò di nuovo con grande attenzione e capì che la magia stava nella forma e nelle prerogative materiche di ogni attrezzo, la morbidezza dei drappi, la durezza delle aste e dei cerchi, la duttilità delle corde, la capacità di rimbalzare delle palle, il fatto che un oggetto potesse essere usato per colpire, un altro per legare, un terzo misurare lo spazio, catturare… Forma e qualità materiali conferivano agli oggetti della palestra una propensione – una sorta di predisposizione naturale – a rappresentare qualcos’altro da sé, ad evocare immagini di oggetti assenti e unicamente pensati, mediante la funzione analogica della percezione e del pensiero.

Guardando i bambini liberi di muoversi e giocare nello spazio, senza le costrizioni delle regole scolastiche, apparve chiaro all’insegnante che aveva scelto, per una volta, di non insegnare alcunché, che una palla aveva la capacità di trasformarsi in una grande pancia accogliente, ma anche in proiettile, in bomba… e un cerchio poteva diventare una casa, un recinto, una porta di entrata e di uscita, una prigione,… una corda diventava un legaccio o una catena, i bastoni dei fucili, o delle spade. Vedeva anche, il nostro istruttore diventato ormai più ricercatore che insegnante, che ogni bambino aveva deposto il cliché di alunno modello, o di timida mammoletta, o di briccone matricolato e stava semplicemente parlando di sé, attraverso il suo gioco, con un’originalità e una genuinità fuori dagli schemi, sconosciuta fra i banchi della scuola.

Al termine della mattinata, una delle maestre della classe prese in disparte l’istruttore e gli diede una bella lavata di capo: “I bambini sono tornati in classe agitatissimi! Ci ho messo mezz’ora per farli restare seduti sui banchi! ERANO TUTTI SUDATI! Chi li sente i genitori se si prendono un raffreddore? Uno ha un livido sul pollice!”. L’istruttore si scusò con la collega, lì per lì non trovò argomenti per spiegare ciò che era accaduto.

Prima di lasciare la scuola si fermò di nuovo nella palestra, che era rimasta in disordine. Non cominciò subito a riporre gli oggetti ma si sedette, per qualche tempo, sul materasso dal quale aveva assistito allo scatenamento creativo dei bambini e riprese le sue riflessioni. Capì che l’esperienza di quel lunedi’ mattina, lungi dall’essere estemporanea e passeggera come aveva creduto, era diventata l’inizio di un’avventura e di una ricerca ricca e interessante, che non avrebbe più abbandonato.

Pensò a un modo nuovo di interagire con gli alunni, senza le consegne verbali ma con una sua presenza fisica all’interno del gioco: “Permetterò loro di indirizzare anche alla  mia persona le loro proiezioni, le loro immaginazioni, come hanno fatto con gli oggetti, sarò un papà, sarò il re del castello, sarò magari anche un lupo feroce…” Immaginò che l’ora di educazione fisica, così modificata, avrebbe potuto durare un po’ meno e consentire un piccolo spazio di parola, mettendo i bambini seduti in cerchio e lui stesso fra i bambini, per condividere le sensazioni, per permettere alle emozioni di placarsi e trovare un loro posto nella coscienza di ognuno. E per farli tornare in classe più calmi e meno sudati!

Potremmo fare anche dei disegni – ragionò – il disegno è immediato e il suo linguaggio per immagini può essere adatto più di altri a rappresentare le fantasie che sono state messe in moto dal gioco. Attraverso i disegni, potrei condividere con le maestre quello che succede in palestra, concordare con loro delle procedure di passaggio dall’attività di studio alla pratica motoria di… di? Credo proprio che sia necessario inventare un nome nuovo per questa nuova attività!”.

I drappi, le palle, le corde, i cerchi e i bastoni stavano ancora sparpagliati sul pavimento, isolati o ammonticchiati di qua e di là. Nella penombra soffusa della vecchia palestra, gli sembrò per un attimo che emettessero una loro piccola luminescenza, come i tesori sepolti nella grotta dei Quaranta Ladroni.

 

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