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insieme“… i bambini sono sempre più irritabili, scomposti, oppositivi, fuori controllo, è sempre più difficile ridurli a ragione.”

Ci capita spesso di sentir pronunciare questa frase da insegnanti e genitori, qualche volta l’abbiamo pronunciata anche noi. Alzi la mano chi non l’ha almeno pensata, di fronte alle intemperanze dei bambini. E’ una frase tratta dall’intervento di Laura Bettini, tenuto al Convegno “Crescere in armonia”  promosso dal Comune di Parma  il 28 febbraio 2009. Di seguito troverete un estratto dell’articolo pubblicato in forma integrale nel sito Accamamam al link http://psicomotricitarelazionale.it/tesi/bettini_vivoquindimimuovo.pdf

Ma che cosa significa questa frase per chi si occupa di psicomotricità? Quali valenze, problematiche e soluzioni può far emergere nella pratica della/o psicomotricista?

Abbiamo scelto di pubblicare questo intervento di Laura Bettini per segnare l’avvio del blog e per iniziare una riflessione condivisa. Esso affronta infatti una problematica educativa fra le più dibattute negli ultimi tempi, e costituisce spesso il motivo per cui la scuola, i logopedisti, gli psico-pedagogisti e i genitori stessi scelgono di rivolgersi alla psicomotricità per aiutare i bambini e gli adolescenti nella gestione delle proprie emozioni e delle proprie azioni.

“Buon giorno”, disse il piccolo principe.
“Buon giorno”, disse il mercante.
Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere.
“Perché vendi questa roba?” disse il piccolo principe.
“È una grossa economia di tempo”, disse il mercante. “Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatré minuti alla settimana”.
“E che cosa se ne fa di questi cinquantatré minuti?”
“Se ne fa quel che si vuole”.
“Io”, disse il piccolo principe, “se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana”.
Antoine de Saint-Exupéry

… i bambini sono sempre più irritabili, scomposti, oppositivi, fuori controllo, è sempre più difficile ridurli a ragione. Ma riflettiamo un momento a che tipo di vita stiamo offrendo loro, fin dalla gestazione e dalla nascita.

Già l’inizio stesso della vita dipende a volte da fecondazioni assistite o artificiali, in corpi di madre che la natura non aveva previsto potessero ospitare una gravidanza, con tutte le conseguenze fisiologiche e psichiche per la madre e per il bambino, che vengono, nella maggior parte dei casi, ignorate o misconosciute dai ginecologi e dai pediatri. In altri casi assistiamo a gestazioni sostenute da farmaci e con frequenti minacce per la sopravvivenza del feto.

Il parto avviene sempre più spesso in modo innaturale, provocato in anticipo con farmaci o risolto per taglio cesareo anche quando nessun allarme clinico giustifica il ricorso a queste pratiche.

L’allattamento non sempre è possibile, quando la mamma è spaventata da un parto difficoltoso; a volte è lei stessa a decidere di non allattare, perché deve tornare al lavoro o per motivi più futili, non informata sulla funzione non solo vitale della relazione iniziale di nutrimento al seno.

Pensiamo poi ad un bambino che viene svegliato al mattino presto, quando avrebbe ancora voglia e bisogno di riposare, protraendo la pratica del biberon fino ai cinque, sei anni perché è più comodo e più veloce.

Viene caricato in auto e portato dai nonni i quali, dopo un’oretta di televisione, lo portano al nido. Nel pomeriggio viene prelevato da una babysitter che ad ora di cena lo riconsegna alla mamma. Il papà torna a casa alle ventidue perché aveva da lavorare.

Magari poi il papà e la mamma bisticciano e alzano la voce perché sono stanchi e stressati.

Sto facendo esempi piuttosto estremi, ma quasi ogni bambino attuale vive almeno alcune di queste esperienze quotidianamente.

Una mescolanza di distacchi forzati e spesso prematuri, di tempi accorciati o allungati in modo innaturale, di stili educativi diversi e spesso contrastanti. Due genitori, da uno o quattro nonni, da due a quattro educatrici, una babysitter fanno da sei a undici persone adulte che possono accudire il bambino nella stessa giornata, ed ognuno ha i suoi divieti e le sue permissività, diversi e magari opposti a quelli degli altri, delle capacità o meno di giocare e capire il bambino, più o meno grandi motivazioni ad ascoltarlo veramente.

Sfido chiunque, anche adulto, a non innervosirsi in condizioni di vita del genere!

… nella nostra società evoluta e opulenta, invece, si sta ampliando un fenomeno sul quale è bene interrogarsi. Il termine vivace per lungo tempo è servito, nella lingua italiana, a descrivere una persona particolarmente vitale, dotata di energia nel corpo e prontezza nel pensiero, una persona aperta di carattere e fondamentalmente positiva nelle relazioni.

In controtendenza al vocabolario, dieci o quindici anni fa questa parola ha cominciato ad essere usata da educatori, insegnanti, genitori e terapeuti dell’infanzia in senso molto diverso e sostanzialmente negativo: ha cominciato cioè a descrivere bambini che si muovono troppo, che non si sanno controllare e che non stanno alle regole.

Ma, se ci pensiamo bene, ciò che viene additato come incontenibile e incomprensibile non è tanto il corpo fisico e organico del bambino. Quello, le istituzioni preposte all’istruzione lo hanno sempre considerato come un aspetto in fin dei conti gestibile attraverso l’educazione fisica e lo sport, intendendo queste due discipline come pratiche preposte, appunto, al potenziamento ed indirizzamento delle energie fisiche e cinetiche dei giovani.

Di nuovo, nel lessico corrente, troviamo una parola chiave: quando si muove nella ginnastica e nello sport, il bambino “si sfoga”.

Anche a questo livello dunque si utilizza un termine con accezione negativa: sembrerebbe che l’energia infantile fosse cosa superflua e sovrabbondante, nociva, e quindi da espellere, della quale liberarsi.

Lo sfogare allude a qualcosa che va gettato, mentre le energie fisiche andrebbero sviluppate e indirizzate per essere utili al corpo e alla mente.

La preoccupazione espressa da educatori, genitori e terapeuti riguarda però un altro aspetto del movimento e del corpo del bambino: quel corpo creativo che esprime movimenti liberi, informati da sentimenti, emozioni e desideri.

È l’aspetto pulsionale del corpo infantile che impensierisce e mette in allarme gli adulti, il corpo che grida e piange e ride sfrenatamente, il corpo che sperimenta i suoi limiti correndo a perdifiato, che mette alla prova il proprio coraggio affrontando prove pericolose, che saggia la relazione con l’altro anche provocando e aggredendo.

Questa dimensione del corpo, questo tipo di movimenti non hanno mai trovato ascolto e cittadinanza in un sistema di educazione e in una società dove i ruoli e le gerarchie non sono disposte ad aperture e cambiamenti. Non si è quindi capito, da parte di chi programma i metodi educativi nelle strutture pubbliche, e spesso anche private, quanto la dimensione emotiva e pulsionale sia indispensabile alla crescita di un essere umano intero, con tutte le sue potenzialità.

L’uomo è un mammifero che sta cercando di allontanarsi dagli aspetti più deteriori della parte animale della propria natura , a dire il vero con risultati ancora molto relativi. Il tentativo, in atto da secoli, è quello di imparare a gestire le proprie pulsioni in modo da ottenere delle relazioni sociali che rispettino la libertà di tutti e sappiano risolvere il conflitto in modo non violento.

Per raggiungere questo risultato, i bambini, fin da subito, dovrebbero essere effettivamente ed efficacemente accompagnati ad acquisire la capacità di gestire le proprie emozioni, le proprie pulsioni.

Ma, attenzione!, gestire una pulsione, un desiderio, significa prima di tutto conoscerlo, accettarlo ed essere in grado di rinviarne il soddisfacimento, se necessario, oppure anche di decidere che non esistono le condizioni per soddisfarlo o di accettare la frustrazione se il desiderio stesso, una volta attuato, divenisse deleterio per altri.

Riconoscere e accettare un desiderio significa poter decidere se è il caso di realizzarlo o meno all’interno della realtà sociale e dell’economia affettiva di ciascuno.

Al contrario, l’educazione non riconosce i desideri dei bambini e non insegna loro a riconoscerli. Piuttosto li reprime e così facendo li cancella e li relega in zone inconsce della personalità, dalle quali essi potranno riemergere ed erompere in qualunque momento, in modo incontrollato e inaspettato (vedi i vari atteggiamenti bullistici, irresponsabilmente crudeli, mancanti di rispetto per i propri simili e per i diversi.)

La negazione o la scarsa conoscenza che gli adulti hanno delle proprie stesse dimensioni pulsionali, la messa al bando delle manifestazioni emotive ed affettive in una società che deve impiegare ogni energia nell’accelerazione del produrre e nel mantenere fermi i ruoli, porta l’istituzione scolastica così come l’ambiente familiare a non ascoltare ed educare la sfera emotiva del bambino, ma a limitarsi a negarla o reprimerla.

Per questo il bambino vivace, quello cioè che cerca di muoversi e giocare in libertà e creatività, ha cominciato a diventare scomodo, ingestibile, asociale.

Ma c’è di più. Ultimamente, educatori, insegnanti e terapeuti non si limitano ad usare il termine “vivace”, esso è stato sostituito da “iperattivo”.

E’ stata inventata una sindrome, una patologia a cui è stato dato il nome di ADHD, Attention Deficit Hyperactivity Disorder.

Per curare questa presunta sindrome sono previsti dei protocolli farmaceutici di grande pericolosità per lo sviluppo fisiologico e mentale dei minori malgrado la ricerca scientifica non abbia individuato alcun fenotipo che ne comprovi la stessa esistenza come patologia…

 Per leggere il testo completo: http://psicomotricitarelazionale.it/tesi/bettini_vivoquindimimuovo.pdf

  2 Commenti per “Vivaci o iperattivi?”

  1. Buon giorno Laura,
    condivido la riflessione e le considerazioni espresse nel post.
    Possa questo social blog prendere la vitalità che merita.
    “Vele alte e avanti tutta”
    Buona navigazione!

  2. Una profonda riflessione nasce dalle parole di Laura Bettini che allude ad una società di furia e che a furia di fare le cose con furia, finisce nel dare con furia anche catalogazioni e inquadramenti che possono risultare frettolosi o superficiali. L’essere umano ha i suoi tempi, nella gestazione, nel nascere nel crescere nell’esprimersi, nel risanare una ferita, eccetera, come un tempo “naturale” ce l’hanno pure altri esseri viventi come le piante… quando si pianta un seme si aspetta e si rispetta il tempo della sua evoluzione, si, è una questione di rispetto di questi tempi ed è una questione di accoglienza e di ascolto che va’ ricostruita e riscoperta lasciandoci guidare dal nostro stesso istinto, dalla nostra “interiorità”. Potremmo unirci e arricchire e diffondere questi contenuti come un’epidemia che si spande entrando in quei numerosi gruppi che già parlano di rallentare, dallo slow food alle politiche anti-consumismo. Chissà … potrebbe nascere una nuova corrente che possa promuovere nuovi stili di vita e di pensiero… e salvare tanti bambini da un vento troppo forte.

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