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dic 152014
 

L’educazione motoria a scuola

 

Dopo una prima fase di totale diffidenza delle istituzioni educative verso la psicomotricità, con cambiamento abbastanza repentino, all’interno di asili nido e scuole materne, a volte anche nelle scuole elementari, i genitori si sono visti proporre attività psicomotorie per i loro figli, comprese nel programma e nell’orario istituzionale.

Se però cerchiamo di capire di cosa si tratti (posso parlare a ragion veduta, perché mi occupo di aggiornamenti e sono consulente di diversi Comuni per l’aggiornamento del personale educativo), ci troviamo spesso di fronte a bambini che giocano in modo più o meno disordinato nell’atrio di asili e scuole o che dispongono effettivamente di uno spazio dedicato al movimento, ma non dispongono di personale sufficientemente formato.

Una volta si parlava di educazione fisica, che tutt’ora ha le sue regole e le sue competenze, insegnate con un curriculum di studi ben definito (Istituto Superiore di Educazione Fisica) e che, se correttamente usata, ha senz’altro un suo spazio di tutta legittimità nell’educazione.

Ma, evidentemente, l’abitudine alle mode è più forte (e, in questo caso, più comoda) della necessità di definire i diversi settori dell’educazione e la formazione del personale, così ci troviamo di fronte a questa realtà: i genitori si sentono allettati da una parola nuova, difficile e un pò esotica e i bambini non possono usufruire né di una vera educazione fisica né di una vera psicomotricità.

Esistono, ovviamente, educatrici e insegnanti che, di propria iniziativa e a proprie spese, hanno intrepreso la formazione psicomotoria ed hanno quindi tutta la competenza necessaria, ma sono rare, perché questa formazione è lunga e impegnativa, sia a livello personale che materiale (tempi e costi).

Un decreto del Ministero della Sanità (17/01/1997, N°56) ha stabilito, finalmente!, una definizione della psicomotricità e della figura professionale che è abilitata a praticarla, e anche se non corrisponde pienamente alle aspettative che da vent’anni gli psicomotricisti riservavano a questa legislazione, speriamo possa portare almeno un pò di chiarezza.

Ci aspettiamo dunque, sia da parte di chi è preposto alla programmazione educativa a livello istituzionale, sia dalla capacità di vigilanza dei genitori, una maggiore attenzione per i termini e per i contenuti delle attività offerte ai bambini.

Penso che esista la necessità e la possibilità che il personale educativo venga seriamente formato per attuare una corretta e valida educazione motoria a tutti i livelli della scuola della prima infanzia e dell’infanzia, lasciando agli psicomotricisti professionisti una disciplina che prevede spazi e attrezzature prprie e indispensabili, oltre ad una competenza riguardo ai significati profondi del gioco simbolico e alla loro lettura.

Concetti che, se non conosciuti o conosciuti superficialmente, possono anche far diventare l’attività più negativa che positiva per i bambini.

Ricordo che il metodo psicomotorio, in attesa di indicazioni statali circa il curriculum formativo, si acquisisce attualmente in Italia presso le diverse scuole private di durata triennale o quadriennale.

dic 152014
 

Un pezzo d’uomo

 

La presenza maschile nei gruppi di psicomotricità degli adullti era, fino a qualche anno fa’, molto rarefatta: un rapporto di circa uno a dieci rispetto alle donne.

Attualmente, però, la tendenza si va invertendo e la presenza maschile si avvicina al quaranta per cento.

Gli uomini che partecipano ai gruppi desiderano spesso diventare psicomotricisti ma esprimono anche una necessità di percorso personale di coscienza, non sempre consapevole e certamente non facile da affrontare.

Le generazioni precedenti trasmettevano, a volte in modo fermo, a volte addirittura autoritario, ai bambini e ai giovani, un modello chiaro del ruolo maschile: la forza necessaria per poter assumere responsabilità sociali e familiari, il piacere della conquista e della competizione, l’aspirazione alla dinamica mentale che presiede all’invenzione e alla fabbricazione.

Un’economia non ancora opulenta e la presenza delle guerre avevano contribuito a mantenere saldo, in Occidente, questo modello che si è andato invece svuotando progressivamente e molto velocemente a partire dal dopoguerra.

Iniziando dal rifiuto della violenza e della distruzione, che avevano segnato profondamente coloro che la guerra l’avevano appena vissuta, passando attraverso la forte rivendicazione femminile del diritto al lavoro e alla decisionalità, la società attuale è giunta allo spostamento della competitività a livello mediato: benessere economico, carriera, immagine.

Tutti cambiamenti che contengono aspirazioni positive ad un modo di vivere più umano, ma che hanno avuto come risultato una specie di veloce cancellazione, insieme agli aspetti deteriori ed eccessivi della maschilità, anche i suoi aspetti formatvi e fondanti delle personalità, soprattutto dei giovani maschi.

In questo vuoto di riferimenti, i padri delle generazioni attuali, occupati da forti contraddizioni rispetto al proprio stesso ruolo, si sono trovati a delegare ancora più di prima alle donne l’educazione dei figli, pur occupandosi molto di più delle generazioni precedenti dell’accudimento (dar da mangiare, vestire, accompagnare a scuola ecc…).

Alcuni hanno scelto di rifiutare del tutto il ruolo di padre, abbandonando mogli e figli, altri hanno reagito alle incertezze costruendo modelli educativi di eccessiva fermezza se non addirittura di violenza più o meno evidente.

Gli uomini che partecipano ai gruppi di psicomotricità (i ventenni/trentenni, ma spesso anche i quarantenni/cinquantenni) portano già tutto il peso di questo scompenso nei modelli di riferimento.

Il risultato è spesso un uomo adulto nel corpo e nelle prestazioni sociali che contiene un bambino soffrente, ribelle o insicuro.

Così era Riccardo (chiamiamolo così), che non ricordava come si sorride, come si gioca e come si ama, che non riusciva ad avere alcun rapporto simbolico con gli oggetti psicomotori e che si relazionava al gruppo soltanto imprigionando le donne, aggredendo violentemente gli uomini e facendo trasparire una sessualità gravemente disturbata.

Il suo vissuto profondo fu chiarito quando alcune compagne di percorso giocarono a fare le neonate: prima le accudì con imprevedibile delicatezza, poi le seppellì sotto un enorme materasso quasi non potesse reggerne la vista e il contatto.

Il bambino antico emergeva con tutte le sue esigenze inascoltate (dai genitori prima, da lui stesso poi) e gridava troppo forte.

I conduttori e il gruppo gli offersero un luogo dove poter depositare e consolare queste grida.

Diversa, ma in fondo anche molto simile, è stata la storia di Giuseppe (chiamiamolo così), un pezzo d’uomo alto e robusto, che portava giubbotti di pelle cavalcando potenti moto, e lunghi capelli biondi.

Ma, appena varcata la soglia dello spazio psicomotorio, la sua imponenza (e bellezza) fisica diventava rigida e impacciata, i suoi passi incerti fino a non riuscire a controllare alcuno squilibrio o caduta a terra.

Le sue gambe, pur essendo fisicamente robustissime, non erano in grado di reggere la sua grandezza e il suo peso (la concretezza dell’età adulta) e più volte aveva danneggiato, nella vita reale come anche in sala di psicomotricità, tendini e legamenti.

Un suo gioco era: pestare i piedi.

Uno squilibrio di forze nell’ educazione (un padre eccessivamente coercitivo che aveva tentato di decidere la direzione della sua vita, una madre eccessivamente accondiscendente) aveva creato un adulto nel quale il pezzo visibile era fortissimo, ma il pezzo bambino continuava a dimostrare platealmente e dolorosamente l’urgenza di venire ascoltato e rafforzato nel suo legittimo e personale progetto di vita.

dic 152014
 

Tre madri

 

Giulia, Anna e Marta (chiamiamole così) sono tre donne fra i trenta e i quarant’anni che hanno frequentato i gruppi di psicomotricità per gli adulti in anni diversi e non si sono mai conoscuite fra loro.

Ciò che le accomuna è l’effetto che l’esperienza ha avuto su di loro, guarendole dalla sterilità. Nessuna di loro aveva iniziato il percorso con questa aspettativa.

Giulia è un’educatrice di scuola materna ed aveva motivazioni professionali, Anna era impiegata e desiderava formarsi per una professione più umana, Marta non sapeva chiaramente perché era venuta.

I suoi motivi erano comunque personali: il desiderio di conoscersi meglio e una certa insoddisfazione generalizzata riguardo alla vita.

Ma la problematica o il desiderio preponderante, anche se inconscio, di ognuno, si esprime spesso in psicomotricità attraverso il primo oggetto che viene scelto per il gioco simbolico e tutte e tre queste donne iniziarono il loro gioco dalla grande palla (dal diametro di 120 centimetri), capace di sostenere anche il peso abbandonato di un corpo adulto.

Quest’oggetto è portatore dei significati simbolici legati all’origine della vita: è la madre (la madre che abbiamo avuto, la madre che siamo, la madre che vorremmo essere) ma anche la fonte energetica e vitale primaria, la Madre archètipa.

Giulia era una donna forte, dalla tonicità rigida e piuttosto spigolosa; anche la sua parola, nei momenti verbali, era tagliente e oppositiva.

Il suo primo rapporto con la grande palla fu di prenderla a calci e pugni.

Molto tempo e molti giochi dopo, Giulia poté prendere coscienza del vuoto lasciato in lei da una madre distratta e lontana, della sofferenza della bambina del passato e della sua caparbia e inconscia decisione di non volere mai e poi mai percorrere la stessa strada e far patire ai figli lo stesso dolore.

Questa era l’origine di una sterilità scientificamente inspiegabile: Giulia risultava infatti fertile alle analisi mediche come il marito con il quale viveva un rapporto appagante da più di dieci anni.

Anna era invece una persona dolce e pacata, che si muoveva preferibilmente a terra come qualcuno che si sente stanco; la sua relazione con la grande palla fu a lungo fusionale: l’abbracciava o vi si abbandonava con tutto il corpo e restava immobile con lo sguardo velato di malinconia.

Abbastanza presto verbalizzò la perdita della madre in tenera età e il peso della responsabilità dei fratelli minori cui aveva lei stessa dovuto far da madre.

Aveva combattuto la sterilità con diverse cure, compresi vari tentativi di fecondazione artificiale, tutti falliti.

Marta era una donna capace di inventare giochi ironici e creativi, giovane e simpaticamente sfrontata.

Le piaceva fare il ragazzaccio e i suoi oggetti preferiti erano corde e bastoni con cui stuzzicava, imprigionava e sottometteva gli altri al proprio volere.

Solo quando arrivava nei dintorni della grande palla cambiava atteggiamento: ne diffidava, la toccava con precauzione e ne sembrava quasi intimorita.

Durante la parte finale del suo percorso riuscì a confessare a sé stessa di aver ricoperto con la maschera della spavelderia maschile il dolore di una carenza genetica diagnosticatale fin dall’infanzia, che (le avevano detto i medici) le avrebbe precluso la maternità.

E lei, per non soffrire, aveva dimenticato.

Quando riuscì a ricordare e a superare il primo impatto molto doloroso, dilagò in lei un desiderio talmente carico di urgenza da permetterle di rimanere incinta dopo solo qualche mese.

Ha terminato il suo percorso psicomotorio, personale e professionale, con il volto dolce e il corpo aggraziato della donna che attende un figlio: ogni aggressività era sparita.

Giulia pratica attualmente la psicomotricità nlla scuola materna in cui lavora ed è mamma di due bambini, di cui uno è stato concepito nel corso stesso della sua formazione.

E’ riuscita, dopo un travagliato e molto difficile perdono, a ricontattare sua madre (anziana signora che vive all’estero) e a donare una nonna ai suoi figli.

Anna è rimasta sterile, nel suo corpo fisico: nessuna pratica umana ha il potere di compiere miracoli.

Ha però trovato un’altra strada possibile, praticabile e forse addirittura più fortemente motivante per la maternità: l’adozione.

La sua bambina, adottata a tre anni, ne ha oggi sette ed è una vera figlia con dei veri genitori.

L’essere umano e i suoi desideri sono così straordinari: quando un organo fisico non riesce a svolgere le sue funzioni, esiste la possibilità che altri organi se le assumano.

Così, in questo caso, a restare incinto è stato il cuore.

dic 152014
 

Adulti

 

La psicomotricità, l’abbiamo già detto, è materia piuttosto sconosciuta. Esistono però, intorno ad essa, delle convinzioni da parte della pubblica opinione, che non sempre corrispondono allo stato attuale di questa pratica e della ricerca che viene svolta nel suo ambito.

Una di queste convinzioni errate è che la psicomotricità riguardi solo i bambini e in particolare i bambini molto piccoli.

Una quarantina d’anni fa, la psicomotricità prese effettivamente le mosse dall’esigenza di riformare l’insegnamento dell’educazione fisica nelle scuole materne ed elementari; ma nell’arco di qualche anno si evidenziarono, all’interno della ricerca psicomotoria, due concetti di grande importanza per gli sviluppi successivi.

Uno emerse dall’osservazione della pratica stessa: il movimento, le posture e il gioco corporeo del bambino piccolo non possono essere ristretti nella definizione di esercizio fisico e neppure in quella di esercizio imitativo ma rivestono funzioni molto più importanti rispetto allo sviluppo delle funzioni affettive, emotive e mentali, poiché pongono le fondamenta dei processi simbolici e di astrazione.

L’altro concetto, ed arriviamo agli adulti, era già stato evidenziato e studiato sia dalla psicoanalisi che dall’antropologia.

L’essere umano struttura la sua personalità nei primissimi anni di vita in base alle relazioni e ai comportamenti che conosce all’inizio: un’epoca in cui le esperienze si iscrivono nella persona attraverso canali vitali ed emotivi piuttosto che razionali e sono destinate a depositarsi nel profondo per continuare ad informare i suoi comportamenti per il resto dell’esistenza in maniera prevalentemente inconscia.

Gli studi recenti, legati alla psicosomatica e alle discipline che considerano l’essere umano come una unità corpo-mente, hanno ulteriormente arricchito questo concetto, forse un po’ troppo meccanico, della prima psicoanalisi.

Ipotizziamo che esista un progetto di vita che il bambino piccolo elabora, non certo a livello della corteccia cerebrale, ma piuttosto nelle profondità vitali ed energetiche del suo corpo.

Un progetto che, successivamente, può trovare conferme o sconferme; sostegni, aperture , sviluppi o , al contrario, negazioni, chiusure, blocchi.

In realtà, ogni persona incontra esperienze sia positive che negative durante il suo sviluppo, e sono la qualità e le quantità di questa alternanza che producono la sopravvivenza o meno del primo progetto di vita, della forza propulsiva e vitale del bambino che l’aveva elaborato.

Gli adulti che avvicinano la psicomotricità hanno delle motivazioni professionali (lavorano in campo educativo o formativo; desiderano diventare psicomotricisti) ma intraprendono di fatto un viaggio alla ricerca di quel primo progetto per conoscerlo e riconoscerlo, liberarlo dagli impedimenti che può aver incontrato nel corso della vita , dargli nouvamente la possibilità di produrre energia vitale e di utilizzare al meglio le risorse naturali della personalità.

Queste sono le ragioni per cui la psicomotricità, oggi, riguarda tutte le età ed è sempre più esteso il ventaglio di persone che la praticano in età adulta unicamente per reggiungere una maggiore consapevolezza di sé.

dic 152014
 

Sola, nel Giardino dell’Eden

 

C’era una volta un Giardino dell’Eden, troppo bello per essere vero, troppo perfetto per poterci camminare, troppo immobile per poterci vivere: questo era il segreto di Alessia, e ci volle un anno di attività psicomotoria perché lei si decidesse a confidarmelo.

Durante il suo primo anno di psicomotricità, giocò sempre da sola, anche se faceva parte di un gruppo di sette coetanei di cinque/sei anni che avevano trovato subito un’ottima intesa di gioco collettivo e che la invitavano inutilmente a partecipare.

Lei giocava molto, ma sempre per conto suo, con un volto serio e piuttosto statico e uno sguardo di disapprovazione e quasi di disprezzo per gli altri.

Camminava in punta di piedi pur avendo un ottimo equilibrio: tutto il suo atteggiamento sembrava dire: “Non mi degnerò di camminare su questa terra, non mi avrete, non starò con voi”.

Quando parlava a volume normale, balbettava, mentre parlava perfettamente quando gridava per difendere i suoi giochi e il suo territorio dalle intrusioni altrui.

Costruiva enormi tane ammassando tutti i cuscini di cui riusciva a impossessarsi anche con l’aggressione e li ricopriva con grandi tele in più strati.

Ci si infilava poi come una talpa e scompariva dalla vista per lungo tempo.

Quando emergeva, cavalcava spesso un grande tubo/tunnel di gommapiuma saltandovi sopra; l’elasticità della gommapiuma reagiva come una molla e lei si accaniva su questo oggetto come fosse un cavallo selvaggio da domare.

Se qualcuno si avvicinava, ruggiva e mostrava le unghie come una tigre.

Fu sottomettendomi a questa tigre che entrai in relazione con lei: la divertiva moltissimo vedere la mia paura e dopo poco si decise ad aggredire me al posto del tunnel.

Ci fu un periodo di lotte, fino al giorno che non la lasciai più vincere, la tenni stretta con la forza dell’adulto e le feci sentire i limiti del bambino, così Alessia si permise finalmente di piangere e di abbandonarsi, seppure per poco, al mio abbraccio.

Il suo viso aveva lasciato l’immobilità, che straordinariamente manteneva anche quando lei gridava e ruggiva, si era arrossato e, nel breve rilassamento che seguì il pianto, mi fu concessa l’ombra di un sorriso.

Da quel momento Alessia accettò i giochi collettivi di grande movimento: le arrampicate, i salti, le corse, ed iniziò una relazione di gioco con un altro bambino che aveva la tendenza ad isolarsi.

Condividevano il disprezzo e una certa marcatura del territorio che lui esprimeva con lo sputo, ma finalmente Alessia rideva nella complicità.

Alla fine dell’anno, dopo una lunghissima accettazione dei suoi tempi, incontrai Alessia da sola e le presentai la palestra vuota, con tutti gli oggetti ordinati lungo le pareti. Le dissi: “Oggi metti tu le cose come ti piace di più” e lei cominciò a materializzare davanti a me il suo grande segreto.

Era una distesa uniforme di tappeti, materassi e cuscini tenuti insieme e strettamete recintati da un anello di corde tutto intorno.

A un capo di questa distesa troneggiavano due grandi cerchi, uno rosso e uno blù, ognuno meticolosamente appoggiato nel centro di un cubo/altare dello stesso rispettivo colore, simboli di una ieratica presenza del padre e della madre a custodia dell’ordinata immobilità dell’insieme.

Durante tutta la costruzione, mai Alessia era entrata nel recinto e sopra la grande prateria (il colore prevalentemente verde dei tappeti contribuiva all’effetto): era riuscita a disporre tutto standone fuori.

All’altro capo della distesa, opposto all’effigie dei genitori, fluttuava in un mare di pavimento vuoto il tunnel, collegato all’insieme della costruzione soltanto da una sottile corda: simbolo della desiderata/temuta porta d’uscita dall’Eden.

Il tunnel era il cavallo selvaggio che aveva cercato di domare per tutto un anno: forse per trovare il modo di attraversarlo? di varcare la porta di uscita?

Guardammo, alla fine, la sua costruzione in silenzio: lei vedeva davanti a sé un’immagine che conosceva da sempre, io cercavo di comprendere un discorso fatto di forme, colori e posture del corpo che Alessia mi stava confidando/affidando, e anche restituendo, visto che lo/la psicomotricista è spesso un genitore simbolico.

Non racconterò quì, per le ragioni di privatezza già esposte, le corrispondenze fra lo scenario di Alessia e la sua situazione familiare, che fu a lungo parlata con dei genitori attenti e disposti al cambiamento.

L’importante era capire che il suo problema, ciò che le impediva di comunicare con gli altri e di frequentare con piacere e partecipazione il mondo, stava in quella immobile perfezione, amata ma invivibile.

Lei stessa non poteva entrare, poteva solo contemplare da un esterno che era in realtà un limbo senza uscita. Entrammo insieme nel prato rompendone l’incantesimo e lo fiorimmo di palline colorate che le offersi (parti di Alessia che si andavano ricomponendo).

All’inizio del secondo anno di psicomotricità, Alessia è entrata correndo nella palestra e ha cominciato subito a giocare con gli altri bambini.

Ora cammina con i talloni a terra, balbetta solo qualche volta e soprattutto gioca sempre con gli altri e ride molto.

Sta frequentando serenamente la prima elementare.

Ha ripetuto e ripete ancora e ancora un gioco: costruisce un recinto (con qualsiasi oggetto possa trovare, tubi o corde o cubi di gommapiuma), lo riempie di palline e le fa muovere dentro al recinto.

Aspetta e desidera l’intervento degli psicomotricisti o di altri bambini, che aprono ogni volta dei varchi nel recinto per far uscire gioiosamente le palline.

Fra non molto troverà in se stessa la forza e il piacere, che sta sperimentando attraverso gli altri, di aprire il varco da sola.

Il suo atteggiamento adesso sembra voler dire: “In realtà vi desidero: aiutatemi a raggiungervi”.

dic 152014
 

Un bambino “sulla porta”

 

Racconterò, in questo e nei prossimi articoli, nel modo succinto necessario per questo spazio, la storia di alcuni percorsi psicomotori. I nomi delle persone, bambini e adulti, non sono quelli reali e ogni accenno alla privatezza familiare di ognuno è omessa. Inserirò soltanto le notizie strettamente necessarie per comprendere i significati dei giochi psicomotori.

 

       Quando è arrivato alla psicomotricità, Dario era un bambino quasi inconsistente: camminava sospeso, come non volesse far rumore; toccava le cose con leggerezza e non riusciva né a sollevare né a trattenere nelle mani gli oggetti che avevano anche un minimo peso.

Li lasciava semplicemente cadere a terra ed era infastidito dal rumore dell’impatto.

La sua voce, che egli usava, a quattro anni, per esprimersi a parole in modo completo e corretto, era pallida come la sua pelle e l’estrema biondezza dei capelli.

In compenso, lo sguardo degli occhi, scuri, era penetrante ed assoluto, si fissava sulle cose, ma soprattutto nello sguardo altrui come a voler inglobare l’altro o, piuttosto, a farsi inglobare: era uno sguardo quasi insostenible perché dava l’impressione che il bambino intero ti entrasse dentro in un attimo.

Aveva un equilibrio fisico instabile e cadeva spesso a terra durante gli spostamenti.

Ogni minimo dolore, causato anche dal contatto un pò ruvido con un oggetto, scatenava in lui delle reazioni di panico come se tutta la sua persona o la sua stessa vita fossero in pericolo.

Stava, guardando con questi suoi occhi grandi, abbarbicato alla mamma e non se ne voleva staccare.

Il suo viaggio psicomotorio iniziò, dopo qualche tempo di conoscenza ed esplorazione dello spazio accompagnato dalla mamma, quando accettò di varcare la porta della palestra da solo: si fermò sulla soglia, guardò la mamma che rimaneva nello spogliatoio e me dentro alla palestra e disse con grande tranquillità: “Io sono sulla porta”.

Questa era la sua vera presentazione (le parole dei bambini non sono mai casuali e a volte sono scolpite nella pietra): gestato più a lungo del termine naturale e nato per parto cesareo, Dario soffriva della profonda incertezza psichica dell’essere, o meno, ancora nel ventre della madre, dell’essere, o meno, un individuo completo e indipendente ormai staccato da lei.

Ciò creava in lui una presenza al mondo incerta e spaventata.

Il suo percorso fu dapprima individuale: restò a lungo abbracciato al mio corpo come sostituto della madre.

Restammo poi, a lungo (si parla di mesi: è assolutamente indispensabile attendere i tempi necessari ad ognuno per evolvere) rinchiusi dentro ad una tana-casetta che io costruivo ogni volta nello stesso modo, con cubi di gomma piuma e cuscini, facendo un gioco di alimentazione reciproca.

Io gli davo da mangiare e lui dava da mangiare a me: quanto questo bambino doveva consolare non solo se stesso per il distacco, ma anche la madre!

Quanto le madri, a volte e certamente mosse dal più grande amore, caricano i figli della propria paura del distacco!

La proposta della casetta era mia, la proposta del gioco del cibarsi era sua: lo/la psicomotricista propone oggetti che pensa siano adatti, ma che deve verificare siano effettivamente accettati, mentre il gioco è completamente proposto dal bambino.

Seguì il gioco dell’andare a fare la spesa: lui usciva e tornava, io uscivo e tornavo. Continuavamo ad alimentarci a vicenda.

Evitavo sempre, dopo un po’, il suo sguardo, che ci avrebbe inchiodati in una fusione senza confini.

Quando uscimmo dalla tana-casetta, lo trascinai in giochi di grande movimento, di corse, arrampicamenti e salti, nei quali lui si lamentava, si rifiutava, cadeva, esprimeva panico al minimo dolore, ma, malgrado tutto, mi seguiva perché io sorridevo sempre e lo incoraggiavo fortemente.

Poi ci fu il gioco dei cerchi: Dario disponeva per terra i cerchi e dentro ogni cerchio metteva una palla più grande e una più piccola: sé stesso e sua madre.

La mia proposta di dare anche alla pallina piccola il proprio piccolo cerchio, separato ma attaccato a quello della palla-madre, fu accolto in principo con il solito panico, poi, piano piano, fatto proprio da Dario e tutte le palline ebbero il proprio piccolo cerchio.

Dario a questo punto assunse il controllo della propria guarigione: allontanò i cerchi e li unì con le corde: facevamo rotolare la palla grande e quella piccola sulle corde, l’una in visita al cerchio dell’altra.

Raccontare tutti giochi che seguirono sarebbe lungo; dopo essersi rassicurato sulla permanenza dei legami nella distanza, Dario entrò nel gruppo dei coetanei e inziò il suo viaggio nel mondo.

Ora sta concludendo il suo secondo anno di psicomotricità: non perde più l’equilibrio, corre, si arrampica e grida insieme ai compagni, ingaggia duelli stringendo fortemente nelle mani spade simboliche che riesce a rivolgere anche contro l’adulto (cosa che non riusciva a fare, per il timore di perderne l’amore), uccide mostri e bestie feroci impersonate dagli psicomotricisti.

Essi simboleggiano così la parte dell’adulto che, inconsciamente, non vuol lasciar crescere il bambino o lo vuole costringere troppo dentro alle proprie leggi.

Dario non fà più troppo caso al dolore, mostra i muscoli e dice di sé: “Sono grande”.

L’anno scorso, all’uscita della palestra mi agganciava con quel suo sguardo totalizzante e mi diceva abbracciandomi: “Ti voglio tantissimo bene”.

Ora, dopo gli ultimi incontri, mi guarda ancora, quasi a voler mantenere un ricordo, e mi dice: “Ti voglio abbastanza bene”. Questo abbastanza che ha sostituito il tantissimo, è la parola della sua guarigione.