049 700944
344 1030944 per i bambini
348 6704862 per gli adulti
dic 192014
 

Grandi piccole sfere

 

La FORMA della SFERA contiene significati simbolici che ci mettono in contatto con l’energia che dà la vita a tutto l’universo: essa ha un interno (uovo, ventre della madre) nel quale la vita nasce e viene protetta e un esterno (corpo celeste, sfera planetaria) che porta in sé la vitalità, la forza e l’armonia del movimento spaziale e temporale.

La psicomotricità relazionale ha dato concretezza a questa forma utilizzando palle di gomma di diverse dimensioni e colori: le più grandi hanno diametri da 50 a 120 centimetri, quelle medie di 25 centimetri, quelle piccole da 5 a 15 centimetri.

Ogni palla ha un unico colore (giallo, rosso, rosa, blu, verde, arancione, in tonalità forti o pastello) e ne esistono di trasparenti.

Le palle più grandi possono stare immobili o dondolare appena: rappresentano allora un grande corpo o una parte di esso (pancia, seno) sul quale abbandonarsi e ricercare sensazioni di intenso piacere e di forte regressione: il dondolio corporeo può portare all’immersione nel ritmo energetico che permea il tutto, dimenticando per qualche attimo le limitazioni dell’individualità.

Ma la palla grande contiene anche potenza di movimento: lanciata nello spazio amplifica il gesto e la forza di chi ha lanciato, scagliata contro un’altra persona o un oggetto dà l’impressione di un’aggressione molto potente.

Le palle della psicomotricità sono sufficientemente leggere da non creare danni reali alle persone e alle cose: ciò permette al bambino di aggredire l’adulto che non riesce ad aggredire direttamente e all’adulto di aggredire l’autorità simbolica o un presunto nemico abbassando di molto la soglia del senso di colpa.

Le palle medie rappresentano la vitalità dell’essere vivente: sembrano infatti possedere movimento e vita propria, talmente secondario è il gesto iniziale che le spinge e talmente lungo, allegro imprevedibile è invece il loro tragitto autonomo, i loro sobbalzi, rimbalzi e rotolamenti.

Per un bambino, la palla media è spesso l’immagine di sé stesso, per l’adulto può simboleggiare ugualmente la sua persona, ma anche un individuo più giovane: un figlio o un piccolo essere vivente.

Può venire lanciata, come alter-ego, su percorsi difficoltosi (dislivelli, tunnel, antri senza luce) per studiarne la pericolosità prima di avventurarsi di persona; può venire donata allo psicomotricista come riconoscimento della sua capacità di prendersi cura della o delle persone che gli sono affidate; può venir distrutta o sgonfiata da chi non ha acqiusito considerazione del proprio valore.

Viene coccolata, accudita e protetta da chi si sente indifeso; lanciata, rincorsa e rilanciata con gioia nello spazio in salti e piroette da chi si sente felicemente protagonista della propria vita.

Le palle piccole rappresentano parti o “pezzi” della persona o, più raramente, di una cosa.

Vengono spesso tenute insieme, come beni preziosi, dentro a stoffe annodate come saccocce o trasportate e nascoste all’interno di case e tane.

Vengono infilate dentro agli indumenti dello/a psicomotricista o dentro a scatole e contenitori per sfidare l’unità e la coesione della personalità nel tragitto di entrata e uscita simbolica dalla fusione con il corpo dell’altro (con il corpo della madre).

Una volta, durante un incontro, un bambino di cinque anni dalla personalità molto frammentata ha fatto questo gioco: mi ha fatto raccogliere tutte le palline che c’erano nella sala dentro ad sacco di tela.

Ho dovuto farlo, dietro sua indicazione e sotto il suo attentissimo controllo, con estrema cura, in modo rituale, ripetendo sempre gli stessi gesti e senza dimenticare neanche una pallina.

Ad operazione conclusa, ha voluto esser messo, anche lui, dentro allo stesso sacco, poi mi ha chiesto: “SONO INTERO?”.

dic 152014
 

Dedicato ai signori uomini

 

       E’ in arrivo il Viagra, pillola miracolosa contro l’impotenza sessuale maschile (ma forse anche contro quella femminile), ovviamente dall’America (ah! se non ci fosse l’America!), e vengono prese d’assalto le farmacie della Repubblica di S.Marino dove è già in vendita.

Dal canto suo, lo Stato Italiano ha già deciso che sarà rimborsata dal servizio sanitario nazionale nella misura di un rapporto sessuale alla settimana, considerata evidentemente la dose necessaria e sufficiente per una vita sessuale sana.

Oltre alla scarsa sensibilità dello Stato, ci sarà un altro piccolo inconveniente: se il Cenerentolo in questione sbaglierà il calcolo dei tempi nell’assunzione del Viagra, il suo organo sessuale se ne andrà a nanna nel bel mezzo del ballo di mezzanotte senza neanche aspettare il cocchio di zucca e a nulla varranno le cure di tutte le fate del reame.

Senza parlare degli effetti collaterali dei quali, come al solito, nessuno fiata.

Da parte mia, vengo colta da un profondo senso di sconforto.

Cosa c’entra con la psicomotricità? C’entra, c’entra, e proverò a dire come.

Fino a qualche anno fa’, i gruppi psicomotori di formazione e di autoguarigione per adulti erano frequentati quasi solo da persone di sesso femminile: in un gruppo di una ventina di partecipanti soltanto uno o due erano maschi.

Le ragioni apparivano fin troppo ovvie: la psicomotricità viene messa in relazione con l’educazione e con i bambini e questi due ambiti sono da sempre considerati retaggio delle donne.

Oltre a questo, la psicomotricità è un’attività che coinvolge il corpo, l’emotività, la creatività, e anche queste prerogative sembrano dover appartenere piuttosto al mondo femminile.

Da qualche anno questa tendenza si è però invertita e oggi abbiamo dei gruppi nei quali gli uomini e le donne sono quasi in numero uguale e anche di questo possiamo trovare le ragioni nei cambiamenti dell’assetto familiare e lavorativo della nostra società: le professioni sociali o d’aiuto si sono estese ad altre età: anziani, tossico-dipendenti, portatori di handicap, carcerati, e parecchi uomini vi si sono dedicati.

Il disordine nei ruoli maschile e femminile nelle famiglie e nelle relazioni di coppia ha spinto alcuni uomini a ricercare le radici del loro ruolo dentro di sé.

D’altra parte, l’allarme crescente che viene dal mondo dell’educazione sull’assenza dei padri e sui danni formativi che quest’assenza sta provocando in un’intera generazione, ha convinto diversi padri a ricollegarsi col proprio bambino interiore, col proprio corpo e con la propria affettività.

Ma c’è un’altra ragione che spinge gli uomini ad affrontare un percorso di conoscenza di sé, ed è proprio la problematica sessuale intesa in senso lato, con tutti i suoi disturbi che sono molteplici, complessi e di cui l’impotenza è solo uno dei risvolti possibili.

L’organo sessuale è solo uno fra gli organi del nostro corpo e della nostra persona, ma più di altri è influenzato nel suo funzionamento dall’emotività, dall’affettività e dallo stile di vita: alimentazione, sonno, ritmi giornalieri di lavoro e riposo, spazi che concediamo o meno alla cura di noi stessi, alla creatività, all’espressione e realizzazione dei nostri desideri.

Curare il funzionamento di un organo sessuale non può significare altro, più che per qualsiasi altro organo, che curare l’equilibrio e l’armonia della persona che lo porta.

Certo, una pillola, hop e via!, è più veloce, ma ne risulta solo un Cenerentolo, non un uomo intero.

Ho visto uomini guarire dall’impotenza e da altri disturbi sessuali con la psicomotricità, ma non solo: anche con la bioenergetica, con lo shiatzu, con lo yoga, con la più tradizionale psicanalisi di parola, con una corretta alimentazione e con cure dolci che rispettano i ritmi naturali, insomma con tutti quei percorsi (ne esistono molti, ognuno può scegliere quello che sente più adatto a sé) che non curano soltanto il funzionamento meccanico di un organo modificando in modo temporaneo e fittizio un equilibrio chimico malato.

Sono percorsi che restituiscono ad un uomo la sua salute complessiva, il suo piacere non solo di fare sesso, ma anche di rilassarsi, di leggere un libro, di ammirare un paesaggio, di immaginare, di giocare con la propria donna e con i propri figli.

In sintesi, il piacere di volersi bene che ha probabilmente perduto nello stress quotidiano, nell’ansia della carriera e del procurarsi soldi e beni che nulla aggiungono al bene non solo di una famiglia ma anche a quello del più breve e fortuito dei rapporti che pretenda di non essere unicamente lo scarico meccanico di liquido seminale.

Mi concedo, come donna, come educatrice e come psicomotricista, il permesso di rivolgere ai signori uomini una richiesta a nome anche delle altre donne e dei bambini: vorremmo poter amare, amare veramente e profondamente, non solo dei Cenerentoli, ma degli uomini interi.

Penso inoltre di poter parlare a nome anche dei molti uomini coscienti e sensibili, in previsione del momento non lontano in cui il famoso Viagra e simili sarà proposto anche alle donne e, sfortunatamente, molte donne rischieranno di cadere nella trappola.

dic 152014
 

l’albero della vita

Simbolo di potere e di aggressione, ma anche di sostegno, di stabilità e di forza vitale, la FORMA – BASTONE (asta, palo, tronco) viene affidata, nel gioco psicomotorio, a tubi di cartone di recupero (vengono usati dai produttori di tessuti per arrotolarvi le stoffe), oppure da tubi di gommapiuma colorata, meno pericolosi dei bastoni di legno normalmente in dotazione nelle palestre sportive.

E’ l’oggetto che viene usato nel gioco per affermare fortemente la propria personalità rivendicandola di fronte all’onnipotenza dell’adulto, se chi gioca è un bambino, di chi ha più potere o delle proprie coercizioni interiori (Super-io) se chi gioca è un adulto.

Aggredire lo psicomotricista con il bastone, ingaggiare con esso duelli, trafugare il bastone di sua proprietà sono giochi che mettono alla prova i poteri contrapposti di chi è già adulto e di chi lo sta diventando ed evidenziano la capacità già acquisita di accettare il distacco, la necessaria opposizione richiesta dalla crescita e la forza per sopportare il relativo senso di colpa, la gioia di sentirsi grandi, liberi e autosufficienti.

Le persone (bambini o adulti) che non riescono ad esprimere giochi di questo tipo soffrono spesso di un eccesso di dipendenza nei confronti delle figure genitoriali o delle regole morali.

Non essere in grado di fare o addirittura rifiutare questi giochi anche quando vengano fatti da altri, può anche evidenziare una tale quantità di rabbia repressa e negata nei confronti dell’adulto o di coloro che dtengono un potere coercitivo, da rendere insopportabile la paura di poter esprimere in misura incontrollabile la propria stessa violenza.

E’ spesso il caso delle persone che cercano di interrompere e fermare i duelli e i giochi di aggressione altrui, anche quando i duellanti stanno palesemente divertendosi nello scherzo della finzione.

Le valenze rassicuranti del bastone: sostegno, perno, albero della vita, vengono, d’altro canto, espresse in tutti quei giochi nei quali l’oggetto serve come materiale solidificante e affidabile con cui costruire rifugi o case (di stoffa, di carta, di cartone) oppure diventa palo della cuccagna, albero di barche e navi, asta di bandiera.

A volte diventa albero vero e proprio.

Negli incontri di psicomotricità con gli adulti, si assiste spesso a danze spontanee che coinvolgono tutto il gruppo dei partecipanti e che si sviluppano in senso circolare attorno ad un bastone/tubo/palo posto verticalmente al centro dello spazio.

Sono sempre danze dal ritmo cadenzato e ripetitivo ma, lungi dal sommergere il gruppo nella trans allucinatoria che spesso è tipica della regolarità ritmica, lancia al contrario i partecipanti in un crescendo di allegria che individua questo gioco come rito di celebrazione della vita e della vitalità.

Sia per gli adulti che per il bambini il bastone contiene valenze simboliche di ordine sessuale: viene messo fra le gambe e usato manifestamente come fallo eretto o, più nascostamente, come cavallo o scopa della strega.

Anche la valenza sessuale contiene i significati di forza vitale ed energia riproduttiva: ecco allora giochi in cui il bastone diventa bacchetta magica capace di rimodellare il mondo o, più prosaicamente, pompa per annaffiare i fiori.

In una delle figure rupestri più antiche della storia dell’arte (Gobustan, Azerbaigian – Neolitico, V millennio a.C.) sono incise sulla pietra le effigi di un uomo e di una donna, progenitori ancestrali.

I loro corpi sono del tutto realistici ma gli organi sessuali sono raffigurati in forma simbolica e in particolare l’organo sessuale maschile è rappresentato sotto forma di alberello.

L’uomo è in piedi, con le gambe divaricate; l’albero si sviluppa a partire dal pube (come se avesse lì le sue radici) verso il basso (i rami toccano terra).

Dice Emmanuel Anati, studioso di queste antichissime forme d’arte rupestre: “Il linguaggio visuale dei cacciatori arcaici è un linguaggio universale, che non solo ha sistemi di rappresentazione e modalità di stile molto simili in varie parti del mondo, ma presenta anche associazioni di figure e di simboli derivanti da una medesima logica, indice di uno stesso modo di pensare e di esprimersi” (Le scienze n.354, pag.54).

Il linguaggio primario, che usiamo in psicomotricità relazionale, affonda le sue radici nella stessa matrice simbolica universale usata dall’antico incisore dell’Azerbaigian: l’albero, diritto o rovesciato è infatti un simbolo presente in tutte le civiltà del mondo e sta da sempre a significare la conquista da parte dell’umanità della stazione eretta, della coscienza e dell’elevazione spirituale.

Perno del mondo, è il garante di quella saldezza che con la sua immobilità centrale permette il moto circolare delle stagioni e dei cicli della vita.

La cavità interna al suo tronco è il canale che permette all’essere umano, abitante della Terra, di scendere negli Inferi e di salire al Cielo.

Permette, in altri termini, all’essere umano, di scandagliare le profondità del proprio inconscio, di elevare la propria spiritualità e di creare una sinergia fra queste due opposte/complementari dimensioni interiori.

 

INTERMEZZO

 

       Nei precedenti articoli apparsi su Biolcalenda, ho cercato di esporre alcuni principi base della psicomotricità relazionale, il suo contesto e gli oggetti simbolici che vi si usano. Mi farebbe piacere se questa esposizione avesse fatto nascere delle curiosità, degli interrogativi e anche, perché no?, dei rifiuti e se qualcuno avesse voglia di scrivermi, alla redazione della rivista Biolcalenda.

       Negli articoli successivi intendo raccontare alcuni percorsi psicomotori di bambini e adulti (nel massimo rispetto della privatezza di ognuno) e delle applicazioni della psicomotricità nei vari settori sociali. Questa volta, scrivo un intermezzo.

dic 152014
 

Distanze

 

Per crescere, per far evolvere la nostra personalità, la vita ci costringe più e più volte nel suo corso a sciogliere legami, a distaccarci da persone, cose e luoghi cari, ad abbandonare parti di noi stessi che non possono essere conservate.

La nostra stessa vita inizia con una separazione, che avviene apparentamente in poche ore ma che dura in realtà per parecchi anni: il lungo tempo necessario al bambino per costruire l’autonomia fisica e la coscienza di una individualità a se stante.

La natura ci ha dotato di strumenti formidabili per difenderci dai pericoli fisici e dal senso di angoscia cui andiamo incontro e che potrebbero annientarci nel corso del nostro primo distacco: la voce, lo sguardo, i gesti, gli spostamenti esistono proprio per eliminare la distanza o per ricreare, pur nella distanza, quel legame rassicurante con l’altro che all’inizio della vita è stato il garante della stessa sopravvivenza.

L’essere umano, forse proprio a causa della sua lunga gestazione, ha potenziato e amplificato moltissimo le sue capacità naturali di comunicazione: a quale desiderio primario rispondono infatti le più sofisticate tecnologie (telefono, fax, intenet, televisione interattiva), se non a quello, inesauribile, di colmare le separazioni fra gli individui, di ristabilire, anche ad enormi distanze, l’impressione di essere ancora vicini, ancora in quella completa disposizione dell’altro che un tempo abbiamo tutti provato in modo completo e totalmente appagante?

Nell’ambito della psicomotricità relazionale l’area simbolica che riguarda il tema della distanziazione viene rappresentata dalla FORMA della CORDA.

Nel gioco psicomotorio usiamo corde di diversa lunghezza, spessore e colore.

I bambini, giocando con le corde, esprimono il loro vissuto del distacco, ancora in corso, dalla madre e dall’ambito familiare: la necessità di misurare la distanza per renderla sopportabile e vivibile; la possibilità di legare a sé persone e cose e portarle in giro al guinzaglio per poter conquistare lo spazio senza perdere gli affetti e le sicurezze; il coraggio e la sfida dello sciogliere il legame celebrando la gioia del correre lontano, nella libertà.

Esprimono anche le loro difficoltà: ci sono bambini che rifiutano di giocare con le corde e non ne sopportano neanche la vista, le gettano via o le rifuggono esprimendo l’angoscia insopportabile generata in loro dalla sola idea del distacco.

Ricordo un bambino dalla famiglia multiproblematica, affidato di volta in volta a conoscenti e ad estranei in modo discontinuo e disordinato, che infilava il capo di una corda sotto ai materassi, ai cuscini e ai cubi di gomma piuma, poi tirava la corda e assisteva sconsolatamente all’evidenza che la corda tornava sempre a lui senza nulla che la trattenesse dall’altra parte.

Egli stava anche per un’ora tenendo uno dei due capi della corda in mano (il suo capo) e verificando ancora e ancora, a livello simbolico, che nessun adulto affidabile si faceva carico dell’altro capo della relazione.

E’ in questi momenti che la psicomotricità diventa formativa e terapeutica: dopo aver letto i significati del gioco, lo/la psicomotricista interviene creando la possibilità di una risoluzione positiva.

In questo caso, potrebbe prendere il capo libero della corda, materializzando per il bambino la possibilità della presenza di un adulto affidabile, proporre un gioco di avvicinamenti e allontanamenti attraverso la tensione della corda per far sentire al bambino la forza del legame, lasciare e riprendere il capo della corda per esorcizzare la paura dell’abbandono… e molti altri giochi ancora.

La corda, simbolo del legame e del collegamento, è, non a caso l’oggetto preferito dai bambini che presentano disturbi del linguaggio.

L’essere umano non può parlare, e parlare correttamente, se l’oparazione mentale del legare è disturbata da un vissuto emotivo sofferente e disarmonico riguardo all’affidabilità dei legami (degli affetti) nella distanza. La corda diventa così anche il principale strumento per la cura (ludica) di questo tipo di disagio o di patologia.

Gli adulti, in sede psicomotoria, giocano con la corda con la stessa simbolica dei bambini ma le modalità per stabilire o rompere legami sono, presso l’adulto, di maggiore complessità.

I giochi degli adulti sono quindi più variegati e di lettura più difficile: proprio per questo è prevista una fase di parola durante la quale ogni persona, aiutata dalle domande dello/a psicomotricista e di tutto il gruppo dei partecipanti, riesce a dare, in prima persona, la lettura dei significati dei propri giochi.

dic 152014
 

Dentro al cerchio, fuori dal cerchio

 

Quando un gruppo di esseri umani si ritrova in uno spazio e desidera creare una comunicazione potendo usare soltanto i corpi, i movimenti, gli sguardi, le voci, si dispone, da sempre e dovunque, in modo circolare.

Dalle danze tribali alle futili chiacchiere, in piedi con un bicchiere in mano in un annoiato salotto delle nostre città pur orfane di gesti densi di significato, gli umani scelgono spontaneamente e inconsciamente il cerchio per parlarsi, danzare, ridere, condividere il desiderio di stare insieme; perfino l’insieme degli amici viene definito una cerchia, come da una cerchia di mura era difesa la città.

La disposizione di tende e capanne nei villaggi e la stessa forma dei templi più antichi e dei teatri è circolare; potremmo dunque dire che gli umani hanno sempre scelto il cerchio non solo per creare uno spazio di comunità e condivisione fra loro, ma anche per entrare in comunicazione con le energie della natura e dello spirito pur restando protetti da una delimitazione di identità individuale e collettiva, che garantisce il riconoscimento di sé con se stessi e con i propri simili.

Nell’ambito della psicomotricità relazionale si usa la FORMA CIRCOLARE giocando con cerchi di diverse dimensioni, colori e consistenze.

Ne esistono in legno e in plastica; alcuni si spezzano se sottoposti a forti torsioni, altri sono estremamente malleabili e si lasciano piegare nelle più diverse configurazioni senza rompersi.

Quest’oggetto rappresenta la delimitazione di una spazio chiuso e può dunque risultare simbolo di rassicurante contenimento: durante il gioco psicomotorio le persone, piccole o grandi che siano, appoggiano spesso un cerchio sul suolo e vi si siedono o vi si accoccolano dentro restando poi immobili quasi ad assorbire la coscienza del proprio luogo e della propria completezza.

Può essere però anche, al contrario, simbolo di intrigante costrizione: ho visto diverse persone vivere una difficoltà fisica nell’ abbandonare il cerchio, rappresentando con il gioco una barriera invisibile che impedisce l’uscita e ho visto altri liberarsi del cerchio come di una insopportabile corazza coercitiva.

Giocare in modo simbolico con i cerchi significa confrontarsi con le potenzialità che la vita ci offre e con le limitazioni e le prove a cui, d’altro canto, ci sottopone, decidendo di volta in volta se accettare o rifiutare, se stare dentro o fuori.

Oltre allo spazio proprio il cerchio simboleggia anche lo spazio dell’altro e quindi la separazione dei territori. Un gioco frequente dei bambini è quello di infilare un cerchio o anche tutti i cerchi che riescono a trovare, sul corpo dell’adulto.

E’ un modo per delimitare e limitare i poteri (l’onni-potere) dell’adulto ma anche quello di fermare e fissare l’adulto in un luogo dove poterlo con certezza ritrovare in caso di bisogno.

Una volta attorniato l’adulto con i cerchi spesso i bambini verbalizzano: “Adesso stai lì”.

Durante gli incontri individuali con bambini psichicamente rinchiusi in una fusione (con la madre simbolica), accade di fare questo gioco che propongono loro stessi spontaneamente: seduti uno di fronte all’altro all’interno di un certo numero di cerchi appoggiati per terra o comunque infilati sul corpo, ci scambiamo lentamente i cerchi, uno ad uno, finché uno di noi li ha intorno tutti e l’altro nessuno.

Poi il gioco ricomincia finché i cerchi sono tutti intorno all’altro. Ci sono moltissime varianti e sfumature (tante quante i bambini): entriamo entrambi nello stesso cerchio uscendone poi alternativamente oppure i cerchi vengono gettati lontano e poi recuperati oppure i cerchi servono per colpire l’altro o per costringerlo.

L’esito evolutivo di questo gioco si verifica quando entrambi restiamo con un solo cerchio attorno e possiamo sorriderci, ognuno con il proprio spazio e la propria persona al centro di esso, riconoscendo all’altro la sua identità, nella distanza.

dic 152014
 

L’informe originario

 

Le cosmogonie e i miti delle origini di tutte le culture della Terra, raccontano di una prima unità indifferenziata da cui tutte le creature e le cose hanno preso origine per individuazione e presa di distanza.

L’immaginario mitologico e filosofico dell’umanità porta dunque il segno del vissuto concreto della nascita: dall’indiffrenziato amniotico della fusione con la madre alla costruzione di una individualità altra, separata e di-stante.

Le modalità di questo transito dall’uno al due, dall’indifferenziato ai differenti, dall’appagante sicurezza del contenimento materno (all’interno del quale non c’è però alcuna evoluzione, crescita, riconoscimento di sé) ai rischi e alle responsabilità (ma anche alle grandi soddisfazioni) del vivere e del doversi battere per realizzare i propri desideri, danno l’impronta alla vita di ognuno e segnano dentro ad ognuno i primi caratteri della personalità.

Nel contesto della psicomotricità relazionale, per dare concretezza a questa immagine (archètipo) dell’INFORME originario, ricopriamo il suolo della palestra o della stanza nella quale ci troviamo ad operare (completamente svuotata di ogni altro oggetto), di parecchi strati di CARTA o di STOFFE/STRACCI.

Il gioco consiste nel tuffarsi in questo mare (il fruscio stesso della carta smossa evoca il suono della risacca) e lasciare che il corpo viva la sensazione di perdere/ritrovare i propri confini, che si incontri, si fonda, si separi con grande fluidità con/da gli altri corpi.

Nella relazione con il materiale e con il movimento degli altri, nascono giochi di grande rilassamento (nidi dentro cui accoccolarsi e riposare, da soli o uniti ad altri nel calore fusionale) o di grande aggressività (la carta può essere strappata, appallottolata e lanciata contro qualcun altro, l’intercapedine di carta fra i corpi permette delle lotte attutite e liberate di colpevolezza).

Nel mucchio della carta (o delle stoffe) si può scomparire e ripparire, si può catturare l’altro nel proprio spazio corporeo o farsi catturare nelle spazio corporeo dell’altro.

C’è chi vive con grande appagamento il riposo, può rimanere per molto tempo sepolto sotto cumuli di carta e non vorrebbe più uscire dal sonno primordiale; c’è chi, al contrario, non sopporta neppure un leggero foglio di carta sul viso senza farsi assalire dalla paura (a livello del reale, del tutto ingiustificata) di non poter respirare.

C’è chi accetta con gioia la cattura e c’è chi la rifugge come una gabbia o una prigione; c’è chi vive con divertimento il fatto di diventare invisibile per gli altri e chi invece lo vive con disagio… ognuno gioca liberamente i propri giochi, ognuno si lascia vivere dai propri giochi.

Con i bambini non c’è parola; lo/la psicomotricista comprende il linguaggio del gioco corporeo e risponde con lo stesso linguaggio mettendo il bambino (ogni bambino in modo diverso) in condizione di trovare le soluzioni positive, evolutive, di conferma e rafforzamento della personalità.

La lettura del gioco viene parlata con i genitori, o gli educatori (qualora l’attività psicomotoria si svolga a scuola).

Nel lavoro con gli adulti, una fase di parola segue alla fase del gioco, per sistematizzare a livello cosciente il comportamento vissuto (molto spesso in modo inconscio o semi-conscio).

Ogni persona viene messa in condizione, dalle domande dello/a psicomotricista, di “leggere” da sé i propri giochi, di osservare, con la distanza della ragione, l’origine delle proprie azioni e sensazioni, quelle piacevoli come quelle dolorose.

La condivisione con il gruppo permette di valorizzare e amplificare le gioie, consolare i dolori e confermare i cambiamenti già avvenuti o possibili.

dic 152014
 

Degli oggetti molto semplici

 

La psicomotricità si distingue da altre pratiche educative e terapeutiche basate sul corpo e sul gioco proprio per il tipo di oggetti molto particolari che utilizza.

All’inizio della sua ancora molto breve storia, circa una cinquantina di anni fà, questa pratica era un tentativo di adattare l’educazione fisica alle particolari esigenze formative del bambino piccolo e del bambino disturbato a livello sia fisico che psichico.

La psicomotricità vedeva ha visto la luce in una palestra ginnica e ha iniziato la sua ricerca utilizzando le normali attrezzature dello sport: palle, cerchi, corde, bastoni, drappi, tappeti, materassi e materassoni che attutiscono le cadute.

La moderna educazione fisica è un allenamento muscolare puramente meccanico e finalizzato al rendimento individuale e i giochi sportivi (giochi con palle e palloni come il calcio e altri, salti con aste, lancio di pesi, volteggi artistici ecc..) hanno perduto anche la memoria della loro antica origine rituale e dei significati simbolici che davano loro un senso valido per una collettività, appaiono piuttosto tutti indifferentemente convogliati nel grande mercato della competizione. Così che, oggi, nulla può sembrarci più anonimo e prosaico di un pallone e mai penseremmo che quest’oggetto possa condurci verso dimensioni immaginarie, emotive ed affettive.

La psicomotricità, pur restando nell’ambito delle palestre (ma considerandole interessanti soltanto per la loro valenza di ampie stanze vuote che permettono il movimento a gruppi anche consistenti di persone), ha rimesso in moto la dinamica dell’analogia: quella capacità della mente di utilizzare forme, consistenze, colori del mondo materiale per evocare immagini di “oggetti” assenti e unicamente pensati.

Non appena i bambini sono stati lasciati minimamente liberi di giocare con il corpo nello spazio e nel movimento senza le costrizioni delle regole sportive e ginniche, è stato subito chiaro che una palla aveva la capacità di trasformarsi in persona, in animale, in parti del corpo (la pancia, il seno…), in proiettile, in bomba…e un cerchio poteva diventare una casa, un recinto, una porta di entrata e di uscita, una prigione, una corazza… il gioco corporeo di movimento è diventato (è ri-diventato) strumento espressivo di elaborazione e trasformazione della realtà.

E’ stata una consolante dimostrazione di come l’essere umano, per quanto alienata e mercificata possa essere la sua vita in un dato contesto storico e sociale, scelga sempre e quasi suo malgrado, anche per le operazioni apparentemente più banali e vuote (come sono spesso i giochi sportivi) oggetti e strumenti che contengono significati più profondi di quanto egli stesso sappia coscientemente.

Questa profondità non è perduta: è solo appena appena coperta dalla presunta scientificità della nostra epoca: i bambini e tutti coloro che vengono detti diversi sanno raggiungere con grande facilità la matrice simbolica che ci permette di essere esseri umani, cioè di pensare (il pensiero funziona attraverso simboli), di parlare, di scrivere, di dipingere, di suonare, di progettare e di costruire.

Quando la psicomotricità ha cominciato ad essere proposta anche agli adulti, dapprima sotto forma di formazione professionale e in seguito come vero e proprio percorso di autocoscienza e autoguarigione, è stato chiaro che anche l’adulto più normale, più prosaico, disincantato e razionale possa ricongiungersi con la propria dimensione simbolica, emotiva e creativa con estrema facilità, gioia e soddisfazione.

La stessa industria di attrezzature sportive ha adattato la sua produzione alla nuova natura assunta dagli oggetti psicomotori: è stata ampliata la gamma di dimensioni, colori e consistenze delle palle (ne esistono di grandissime e di piccolissime, di molto resistenti e di molto morbide, di opache e di trasparenti), i cerchi sono diventati colorati e flessibili, le corde colorate e di diverse consistenze, spessori e lunghezze.

Sono spariti, in psicomotricità, tutti quegli oggetti che normalmente stanno nelle palestre senza rivestire altri significati oltre all’essere utili per l’esercizio fisico e muscolare.

Gli oggetti psicomotori, d’altra parte, hanno perduto sempre più la loro valenza ginnica e si sono avvicinati sempre più alla loro valenza simbolica: essi svolgono la loro funzione principalmente grazie alla forma e alla natura materiale che posseggono: capacità di rimbalzare, colpire, legare, misurare lo spazio, catturare…

I cinque oggetti principali della psicomotricità: drappi di stoffa, palle, cerchi, corde, tubi/bastoni sono stati scelti, nel corso del tempo, perché più e meglio di altri partecipano alla natura formale primaria e archetipica di cui è composto l’inconscio personale e collettivo.

Quella stessa natura formale primaria permette allo psicomotricista di comprendere le analogie sottese ai più diversi giochi e di elaborare le modalità del suo intrevento nel dinamico vissuto di ogni incontro.

dic 152014
 

Lo specchio di Alice

In una seconda versione che Lewis Carrol scrisse di Alice nel paese delle Meraviglie, Alice si trovava, all’inizio dell’avventura, nel salotto della sua casa, in una giornata d’inverno, davanti ad un grande specchio.

Essa spiegava ad un gattino tutto nero e ad uno tutto bianco che, al di là dello specchio, esiste un mondo identico a questo, ma tutto all’incontrario. Poi, quasi impercettibilmente, “il vetro cominciava a sciogliersi e a svanire, proprio come una luminosa nebbia d’argento” e la bimba si ritrovava dall’altra parte.

Il mondo di là è una dimensione dove tutto può diventare qualsiasi altra cosa, dove gli animali e le piante parlano e i personaggi delle fiabe sono in carne ed ossa; i confini del reale si confondono e si trasformano per rispondere, duttili, alle esigenze del gioco, del desiderio, della paura.

Quando mi trovo a dover spiegare che cos’è la psicomotricità, mi servo spesso della storia di Alice e del suo viaggio attraverso lo specchio: al posto dello specchio c’è una porta che conduce ad uno spazio dove l’unica dimensione è quella del gioco e vi si trovano degli oggetti che sono stati scelti perché la loro forma è adatta a prestarsi docilmente ad ogni immaginazione.

Come Alice, che stava nel mondo di quà con un gattino tutto bianco ed uno tutto nero, varcando la soglia sappiamo che stiamo abbandonando la realtà dei significati unilaterali, la legge per cui ogni cosa è o bianca o nera, e stiamo entrando in un’ altra reltà dove le cose nere possono permettersi di mostrare la loro parte bianca e le cose bianche la loro parte nera.

Come Alice, attraversiamo il diaframma che divide la nostra immagine esterna, reale, dalla incredibile ricchezza del nostro io interiore e da tutti i mondi che esso è in grado di evocare.

 

Gli oggetti che si trovano nello spazio psicomotorio hanno forme simboliche primarie: ciò significa che rinviano a significati che appartengono al bagaglio immaginario di tutti (quello che è stato chiamato l’inconscio collettivo).

E’ proprio grazie a questi significati universali e attraverso il gioco che liberamente si dispiega fra le persone (bambini o adulti, le differenze esistono ma non sono di gran conto) che possiamo comunicare anche senza parole.

A differenza di Alice che attraversava lo specchio da sola, entriamo sempre in questo spazio insieme ad altre persone ed il gioco di ognuno si intreccia con il gioco dell’altro nello spazio, nel movimento, nella concretezza della corsa, del rotolamento, delle spinte, della lotta, della tenerezza, delle coccole e del riposo.

Ognuno ha il diritto di mettere al mondo – di mettere nel mondo concreto – le proprie sensazioni e poterle così rendere visibili anche agli altri; i propri desideri e sperimentare così come essi siano o meno vivibili nella relazione vissuta con gli altri; le proprie paure e verificarne i limiti; i propri talenti e verificarne la forza di cambiamento.

Ognuno ha la possibilità di giocare qualsiasi ruolo, sperimentandone le implicazioni, le conseguenze, le acquisizioni e le perdite in una dimensione protetta dalla finzione del gioco. Può così elaborare, a volte a livello cosciente, a volte a livello anche solo inconscio, progetti di cambiamento: che questo sia evolutivo per la personalità, positivo, vitale, è propriamente ciò su cui veglia costantemente colui o colei che conduce gli incontri.

Perché chi conduce non è altro che un adulto che ha imparato a mantenere vivo e consapevole il dialogo con il proprio bambino interiore e cerca di conservare, come augura ad Alice la sorella maggiore alla fine dell’avventura, “il cuore semplice e afettuoso della sua infanzia” e la capacità di dividere con gli altri “tutti i loro semplici dolori e di godere di tutte le loro semplici gioie, nel ricordo della fanciullezza, e dei giorni felici d’estate”.