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dic 152014
 

Un pezzo d’uomo

 

La presenza maschile nei gruppi di psicomotricità degli adullti era, fino a qualche anno fa’, molto rarefatta: un rapporto di circa uno a dieci rispetto alle donne.

Attualmente, però, la tendenza si va invertendo e la presenza maschile si avvicina al quaranta per cento.

Gli uomini che partecipano ai gruppi desiderano spesso diventare psicomotricisti ma esprimono anche una necessità di percorso personale di coscienza, non sempre consapevole e certamente non facile da affrontare.

Le generazioni precedenti trasmettevano, a volte in modo fermo, a volte addirittura autoritario, ai bambini e ai giovani, un modello chiaro del ruolo maschile: la forza necessaria per poter assumere responsabilità sociali e familiari, il piacere della conquista e della competizione, l’aspirazione alla dinamica mentale che presiede all’invenzione e alla fabbricazione.

Un’economia non ancora opulenta e la presenza delle guerre avevano contribuito a mantenere saldo, in Occidente, questo modello che si è andato invece svuotando progressivamente e molto velocemente a partire dal dopoguerra.

Iniziando dal rifiuto della violenza e della distruzione, che avevano segnato profondamente coloro che la guerra l’avevano appena vissuta, passando attraverso la forte rivendicazione femminile del diritto al lavoro e alla decisionalità, la società attuale è giunta allo spostamento della competitività a livello mediato: benessere economico, carriera, immagine.

Tutti cambiamenti che contengono aspirazioni positive ad un modo di vivere più umano, ma che hanno avuto come risultato una specie di veloce cancellazione, insieme agli aspetti deteriori ed eccessivi della maschilità, anche i suoi aspetti formatvi e fondanti delle personalità, soprattutto dei giovani maschi.

In questo vuoto di riferimenti, i padri delle generazioni attuali, occupati da forti contraddizioni rispetto al proprio stesso ruolo, si sono trovati a delegare ancora più di prima alle donne l’educazione dei figli, pur occupandosi molto di più delle generazioni precedenti dell’accudimento (dar da mangiare, vestire, accompagnare a scuola ecc…).

Alcuni hanno scelto di rifiutare del tutto il ruolo di padre, abbandonando mogli e figli, altri hanno reagito alle incertezze costruendo modelli educativi di eccessiva fermezza se non addirittura di violenza più o meno evidente.

Gli uomini che partecipano ai gruppi di psicomotricità (i ventenni/trentenni, ma spesso anche i quarantenni/cinquantenni) portano già tutto il peso di questo scompenso nei modelli di riferimento.

Il risultato è spesso un uomo adulto nel corpo e nelle prestazioni sociali che contiene un bambino soffrente, ribelle o insicuro.

Così era Riccardo (chiamiamolo così), che non ricordava come si sorride, come si gioca e come si ama, che non riusciva ad avere alcun rapporto simbolico con gli oggetti psicomotori e che si relazionava al gruppo soltanto imprigionando le donne, aggredendo violentemente gli uomini e facendo trasparire una sessualità gravemente disturbata.

Il suo vissuto profondo fu chiarito quando alcune compagne di percorso giocarono a fare le neonate: prima le accudì con imprevedibile delicatezza, poi le seppellì sotto un enorme materasso quasi non potesse reggerne la vista e il contatto.

Il bambino antico emergeva con tutte le sue esigenze inascoltate (dai genitori prima, da lui stesso poi) e gridava troppo forte.

I conduttori e il gruppo gli offersero un luogo dove poter depositare e consolare queste grida.

Diversa, ma in fondo anche molto simile, è stata la storia di Giuseppe (chiamiamolo così), un pezzo d’uomo alto e robusto, che portava giubbotti di pelle cavalcando potenti moto, e lunghi capelli biondi.

Ma, appena varcata la soglia dello spazio psicomotorio, la sua imponenza (e bellezza) fisica diventava rigida e impacciata, i suoi passi incerti fino a non riuscire a controllare alcuno squilibrio o caduta a terra.

Le sue gambe, pur essendo fisicamente robustissime, non erano in grado di reggere la sua grandezza e il suo peso (la concretezza dell’età adulta) e più volte aveva danneggiato, nella vita reale come anche in sala di psicomotricità, tendini e legamenti.

Un suo gioco era: pestare i piedi.

Uno squilibrio di forze nell’ educazione (un padre eccessivamente coercitivo che aveva tentato di decidere la direzione della sua vita, una madre eccessivamente accondiscendente) aveva creato un adulto nel quale il pezzo visibile era fortissimo, ma il pezzo bambino continuava a dimostrare platealmente e dolorosamente l’urgenza di venire ascoltato e rafforzato nel suo legittimo e personale progetto di vita.