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dic 152014
 

Un bambino “sulla porta”

 

Racconterò, in questo e nei prossimi articoli, nel modo succinto necessario per questo spazio, la storia di alcuni percorsi psicomotori. I nomi delle persone, bambini e adulti, non sono quelli reali e ogni accenno alla privatezza familiare di ognuno è omessa. Inserirò soltanto le notizie strettamente necessarie per comprendere i significati dei giochi psicomotori.

 

       Quando è arrivato alla psicomotricità, Dario era un bambino quasi inconsistente: camminava sospeso, come non volesse far rumore; toccava le cose con leggerezza e non riusciva né a sollevare né a trattenere nelle mani gli oggetti che avevano anche un minimo peso.

Li lasciava semplicemente cadere a terra ed era infastidito dal rumore dell’impatto.

La sua voce, che egli usava, a quattro anni, per esprimersi a parole in modo completo e corretto, era pallida come la sua pelle e l’estrema biondezza dei capelli.

In compenso, lo sguardo degli occhi, scuri, era penetrante ed assoluto, si fissava sulle cose, ma soprattutto nello sguardo altrui come a voler inglobare l’altro o, piuttosto, a farsi inglobare: era uno sguardo quasi insostenible perché dava l’impressione che il bambino intero ti entrasse dentro in un attimo.

Aveva un equilibrio fisico instabile e cadeva spesso a terra durante gli spostamenti.

Ogni minimo dolore, causato anche dal contatto un pò ruvido con un oggetto, scatenava in lui delle reazioni di panico come se tutta la sua persona o la sua stessa vita fossero in pericolo.

Stava, guardando con questi suoi occhi grandi, abbarbicato alla mamma e non se ne voleva staccare.

Il suo viaggio psicomotorio iniziò, dopo qualche tempo di conoscenza ed esplorazione dello spazio accompagnato dalla mamma, quando accettò di varcare la porta della palestra da solo: si fermò sulla soglia, guardò la mamma che rimaneva nello spogliatoio e me dentro alla palestra e disse con grande tranquillità: “Io sono sulla porta”.

Questa era la sua vera presentazione (le parole dei bambini non sono mai casuali e a volte sono scolpite nella pietra): gestato più a lungo del termine naturale e nato per parto cesareo, Dario soffriva della profonda incertezza psichica dell’essere, o meno, ancora nel ventre della madre, dell’essere, o meno, un individuo completo e indipendente ormai staccato da lei.

Ciò creava in lui una presenza al mondo incerta e spaventata.

Il suo percorso fu dapprima individuale: restò a lungo abbracciato al mio corpo come sostituto della madre.

Restammo poi, a lungo (si parla di mesi: è assolutamente indispensabile attendere i tempi necessari ad ognuno per evolvere) rinchiusi dentro ad una tana-casetta che io costruivo ogni volta nello stesso modo, con cubi di gomma piuma e cuscini, facendo un gioco di alimentazione reciproca.

Io gli davo da mangiare e lui dava da mangiare a me: quanto questo bambino doveva consolare non solo se stesso per il distacco, ma anche la madre!

Quanto le madri, a volte e certamente mosse dal più grande amore, caricano i figli della propria paura del distacco!

La proposta della casetta era mia, la proposta del gioco del cibarsi era sua: lo/la psicomotricista propone oggetti che pensa siano adatti, ma che deve verificare siano effettivamente accettati, mentre il gioco è completamente proposto dal bambino.

Seguì il gioco dell’andare a fare la spesa: lui usciva e tornava, io uscivo e tornavo. Continuavamo ad alimentarci a vicenda.

Evitavo sempre, dopo un po’, il suo sguardo, che ci avrebbe inchiodati in una fusione senza confini.

Quando uscimmo dalla tana-casetta, lo trascinai in giochi di grande movimento, di corse, arrampicamenti e salti, nei quali lui si lamentava, si rifiutava, cadeva, esprimeva panico al minimo dolore, ma, malgrado tutto, mi seguiva perché io sorridevo sempre e lo incoraggiavo fortemente.

Poi ci fu il gioco dei cerchi: Dario disponeva per terra i cerchi e dentro ogni cerchio metteva una palla più grande e una più piccola: sé stesso e sua madre.

La mia proposta di dare anche alla pallina piccola il proprio piccolo cerchio, separato ma attaccato a quello della palla-madre, fu accolto in principo con il solito panico, poi, piano piano, fatto proprio da Dario e tutte le palline ebbero il proprio piccolo cerchio.

Dario a questo punto assunse il controllo della propria guarigione: allontanò i cerchi e li unì con le corde: facevamo rotolare la palla grande e quella piccola sulle corde, l’una in visita al cerchio dell’altra.

Raccontare tutti giochi che seguirono sarebbe lungo; dopo essersi rassicurato sulla permanenza dei legami nella distanza, Dario entrò nel gruppo dei coetanei e inziò il suo viaggio nel mondo.

Ora sta concludendo il suo secondo anno di psicomotricità: non perde più l’equilibrio, corre, si arrampica e grida insieme ai compagni, ingaggia duelli stringendo fortemente nelle mani spade simboliche che riesce a rivolgere anche contro l’adulto (cosa che non riusciva a fare, per il timore di perderne l’amore), uccide mostri e bestie feroci impersonate dagli psicomotricisti.

Essi simboleggiano così la parte dell’adulto che, inconsciamente, non vuol lasciar crescere il bambino o lo vuole costringere troppo dentro alle proprie leggi.

Dario non fà più troppo caso al dolore, mostra i muscoli e dice di sé: “Sono grande”.

L’anno scorso, all’uscita della palestra mi agganciava con quel suo sguardo totalizzante e mi diceva abbracciandomi: “Ti voglio tantissimo bene”.

Ora, dopo gli ultimi incontri, mi guarda ancora, quasi a voler mantenere un ricordo, e mi dice: “Ti voglio abbastanza bene”. Questo abbastanza che ha sostituito il tantissimo, è la parola della sua guarigione.