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dic 152014
 

Tre madri

 

Giulia, Anna e Marta (chiamiamole così) sono tre donne fra i trenta e i quarant’anni che hanno frequentato i gruppi di psicomotricità per gli adulti in anni diversi e non si sono mai conoscuite fra loro.

Ciò che le accomuna è l’effetto che l’esperienza ha avuto su di loro, guarendole dalla sterilità. Nessuna di loro aveva iniziato il percorso con questa aspettativa.

Giulia è un’educatrice di scuola materna ed aveva motivazioni professionali, Anna era impiegata e desiderava formarsi per una professione più umana, Marta non sapeva chiaramente perché era venuta.

I suoi motivi erano comunque personali: il desiderio di conoscersi meglio e una certa insoddisfazione generalizzata riguardo alla vita.

Ma la problematica o il desiderio preponderante, anche se inconscio, di ognuno, si esprime spesso in psicomotricità attraverso il primo oggetto che viene scelto per il gioco simbolico e tutte e tre queste donne iniziarono il loro gioco dalla grande palla (dal diametro di 120 centimetri), capace di sostenere anche il peso abbandonato di un corpo adulto.

Quest’oggetto è portatore dei significati simbolici legati all’origine della vita: è la madre (la madre che abbiamo avuto, la madre che siamo, la madre che vorremmo essere) ma anche la fonte energetica e vitale primaria, la Madre archètipa.

Giulia era una donna forte, dalla tonicità rigida e piuttosto spigolosa; anche la sua parola, nei momenti verbali, era tagliente e oppositiva.

Il suo primo rapporto con la grande palla fu di prenderla a calci e pugni.

Molto tempo e molti giochi dopo, Giulia poté prendere coscienza del vuoto lasciato in lei da una madre distratta e lontana, della sofferenza della bambina del passato e della sua caparbia e inconscia decisione di non volere mai e poi mai percorrere la stessa strada e far patire ai figli lo stesso dolore.

Questa era l’origine di una sterilità scientificamente inspiegabile: Giulia risultava infatti fertile alle analisi mediche come il marito con il quale viveva un rapporto appagante da più di dieci anni.

Anna era invece una persona dolce e pacata, che si muoveva preferibilmente a terra come qualcuno che si sente stanco; la sua relazione con la grande palla fu a lungo fusionale: l’abbracciava o vi si abbandonava con tutto il corpo e restava immobile con lo sguardo velato di malinconia.

Abbastanza presto verbalizzò la perdita della madre in tenera età e il peso della responsabilità dei fratelli minori cui aveva lei stessa dovuto far da madre.

Aveva combattuto la sterilità con diverse cure, compresi vari tentativi di fecondazione artificiale, tutti falliti.

Marta era una donna capace di inventare giochi ironici e creativi, giovane e simpaticamente sfrontata.

Le piaceva fare il ragazzaccio e i suoi oggetti preferiti erano corde e bastoni con cui stuzzicava, imprigionava e sottometteva gli altri al proprio volere.

Solo quando arrivava nei dintorni della grande palla cambiava atteggiamento: ne diffidava, la toccava con precauzione e ne sembrava quasi intimorita.

Durante la parte finale del suo percorso riuscì a confessare a sé stessa di aver ricoperto con la maschera della spavelderia maschile il dolore di una carenza genetica diagnosticatale fin dall’infanzia, che (le avevano detto i medici) le avrebbe precluso la maternità.

E lei, per non soffrire, aveva dimenticato.

Quando riuscì a ricordare e a superare il primo impatto molto doloroso, dilagò in lei un desiderio talmente carico di urgenza da permetterle di rimanere incinta dopo solo qualche mese.

Ha terminato il suo percorso psicomotorio, personale e professionale, con il volto dolce e il corpo aggraziato della donna che attende un figlio: ogni aggressività era sparita.

Giulia pratica attualmente la psicomotricità nlla scuola materna in cui lavora ed è mamma di due bambini, di cui uno è stato concepito nel corso stesso della sua formazione.

E’ riuscita, dopo un travagliato e molto difficile perdono, a ricontattare sua madre (anziana signora che vive all’estero) e a donare una nonna ai suoi figli.

Anna è rimasta sterile, nel suo corpo fisico: nessuna pratica umana ha il potere di compiere miracoli.

Ha però trovato un’altra strada possibile, praticabile e forse addirittura più fortemente motivante per la maternità: l’adozione.

La sua bambina, adottata a tre anni, ne ha oggi sette ed è una vera figlia con dei veri genitori.

L’essere umano e i suoi desideri sono così straordinari: quando un organo fisico non riesce a svolgere le sue funzioni, esiste la possibilità che altri organi se le assumano.

Così, in questo caso, a restare incinto è stato il cuore.