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dic 152014
 

Sola, nel Giardino dell’Eden

 

C’era una volta un Giardino dell’Eden, troppo bello per essere vero, troppo perfetto per poterci camminare, troppo immobile per poterci vivere: questo era il segreto di Alessia, e ci volle un anno di attività psicomotoria perché lei si decidesse a confidarmelo.

Durante il suo primo anno di psicomotricità, giocò sempre da sola, anche se faceva parte di un gruppo di sette coetanei di cinque/sei anni che avevano trovato subito un’ottima intesa di gioco collettivo e che la invitavano inutilmente a partecipare.

Lei giocava molto, ma sempre per conto suo, con un volto serio e piuttosto statico e uno sguardo di disapprovazione e quasi di disprezzo per gli altri.

Camminava in punta di piedi pur avendo un ottimo equilibrio: tutto il suo atteggiamento sembrava dire: “Non mi degnerò di camminare su questa terra, non mi avrete, non starò con voi”.

Quando parlava a volume normale, balbettava, mentre parlava perfettamente quando gridava per difendere i suoi giochi e il suo territorio dalle intrusioni altrui.

Costruiva enormi tane ammassando tutti i cuscini di cui riusciva a impossessarsi anche con l’aggressione e li ricopriva con grandi tele in più strati.

Ci si infilava poi come una talpa e scompariva dalla vista per lungo tempo.

Quando emergeva, cavalcava spesso un grande tubo/tunnel di gommapiuma saltandovi sopra; l’elasticità della gommapiuma reagiva come una molla e lei si accaniva su questo oggetto come fosse un cavallo selvaggio da domare.

Se qualcuno si avvicinava, ruggiva e mostrava le unghie come una tigre.

Fu sottomettendomi a questa tigre che entrai in relazione con lei: la divertiva moltissimo vedere la mia paura e dopo poco si decise ad aggredire me al posto del tunnel.

Ci fu un periodo di lotte, fino al giorno che non la lasciai più vincere, la tenni stretta con la forza dell’adulto e le feci sentire i limiti del bambino, così Alessia si permise finalmente di piangere e di abbandonarsi, seppure per poco, al mio abbraccio.

Il suo viso aveva lasciato l’immobilità, che straordinariamente manteneva anche quando lei gridava e ruggiva, si era arrossato e, nel breve rilassamento che seguì il pianto, mi fu concessa l’ombra di un sorriso.

Da quel momento Alessia accettò i giochi collettivi di grande movimento: le arrampicate, i salti, le corse, ed iniziò una relazione di gioco con un altro bambino che aveva la tendenza ad isolarsi.

Condividevano il disprezzo e una certa marcatura del territorio che lui esprimeva con lo sputo, ma finalmente Alessia rideva nella complicità.

Alla fine dell’anno, dopo una lunghissima accettazione dei suoi tempi, incontrai Alessia da sola e le presentai la palestra vuota, con tutti gli oggetti ordinati lungo le pareti. Le dissi: “Oggi metti tu le cose come ti piace di più” e lei cominciò a materializzare davanti a me il suo grande segreto.

Era una distesa uniforme di tappeti, materassi e cuscini tenuti insieme e strettamete recintati da un anello di corde tutto intorno.

A un capo di questa distesa troneggiavano due grandi cerchi, uno rosso e uno blù, ognuno meticolosamente appoggiato nel centro di un cubo/altare dello stesso rispettivo colore, simboli di una ieratica presenza del padre e della madre a custodia dell’ordinata immobilità dell’insieme.

Durante tutta la costruzione, mai Alessia era entrata nel recinto e sopra la grande prateria (il colore prevalentemente verde dei tappeti contribuiva all’effetto): era riuscita a disporre tutto standone fuori.

All’altro capo della distesa, opposto all’effigie dei genitori, fluttuava in un mare di pavimento vuoto il tunnel, collegato all’insieme della costruzione soltanto da una sottile corda: simbolo della desiderata/temuta porta d’uscita dall’Eden.

Il tunnel era il cavallo selvaggio che aveva cercato di domare per tutto un anno: forse per trovare il modo di attraversarlo? di varcare la porta di uscita?

Guardammo, alla fine, la sua costruzione in silenzio: lei vedeva davanti a sé un’immagine che conosceva da sempre, io cercavo di comprendere un discorso fatto di forme, colori e posture del corpo che Alessia mi stava confidando/affidando, e anche restituendo, visto che lo/la psicomotricista è spesso un genitore simbolico.

Non racconterò quì, per le ragioni di privatezza già esposte, le corrispondenze fra lo scenario di Alessia e la sua situazione familiare, che fu a lungo parlata con dei genitori attenti e disposti al cambiamento.

L’importante era capire che il suo problema, ciò che le impediva di comunicare con gli altri e di frequentare con piacere e partecipazione il mondo, stava in quella immobile perfezione, amata ma invivibile.

Lei stessa non poteva entrare, poteva solo contemplare da un esterno che era in realtà un limbo senza uscita. Entrammo insieme nel prato rompendone l’incantesimo e lo fiorimmo di palline colorate che le offersi (parti di Alessia che si andavano ricomponendo).

All’inizio del secondo anno di psicomotricità, Alessia è entrata correndo nella palestra e ha cominciato subito a giocare con gli altri bambini.

Ora cammina con i talloni a terra, balbetta solo qualche volta e soprattutto gioca sempre con gli altri e ride molto.

Sta frequentando serenamente la prima elementare.

Ha ripetuto e ripete ancora e ancora un gioco: costruisce un recinto (con qualsiasi oggetto possa trovare, tubi o corde o cubi di gommapiuma), lo riempie di palline e le fa muovere dentro al recinto.

Aspetta e desidera l’intervento degli psicomotricisti o di altri bambini, che aprono ogni volta dei varchi nel recinto per far uscire gioiosamente le palline.

Fra non molto troverà in se stessa la forza e il piacere, che sta sperimentando attraverso gli altri, di aprire il varco da sola.

Il suo atteggiamento adesso sembra voler dire: “In realtà vi desidero: aiutatemi a raggiungervi”.