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VIVO QUINDI MI MUOVO

dott. Laura Bettini
Intervento tenuto al Convegno
Crescere in armonia
Comune di Parma
- 28 febbraio 2009

Pubblicazione: Crescere in armonia – Educare al BenEssere
a cura del Comune di Parma
Assessorato Politiche per l’infanzia e per la scuola – 2009

 

Il movimento, l’atto del muoversi, è qualcosa di insito nella vita stessa: è già presente nella pulsazione della cellula e di ogni più microscopico organismo.

L’idea che abbiamo di vivente, di essere vivente, rinvia, prima di tutto, a qualcosa che sia dotato di movimento. Quando il movimento cessa del tutto o è assente, la cosa che sta immobile ci appare come morta o inanimata.

Il linguaggio stesso rispecchia questa convinzione: se qualcosa si muove siamo disposti a parlare di organismo, quindi di un soggetto, attivo, dotato di iniziativa, di intenzione, se è immobile non possiamo che parlare di cosa, quindi di un oggetto.

Un corpo che si muove è automaticamente un corpo vivente dotato di pensiero, di volontà e di sensibilità. Lo sanno bene gli animali, che hanno un’attenzione sempre estremamente vigile verso tutto ciò che si muove. Anche quando hanno l’aria sorniona e sembrano addormentati, sono capaci di scattare velocissimi al minimo accenno di movimento nei dintorni.

Ne è cosciente anche l’essere umano che, da sempre e spontaneamente, ha saputo che l’unico modo di sfuggire al predatore è quello di restare assolutamente immobile.

Il movimento si pone dunque come la condizione senza la quale non potrebbero esistere le funzioni del corpo che sono preposte alla vita : la respirazione, la circolazione del sangue, la digestione, la riproduzione. Il movimento è indispensabile anche per garantire e proteggere la vita stessa, attraverso la ricerca del cibo e la capacità di aggredire, di fuggire, di mimetizzarsi.

Tutto questo è vero sia per l’essere umano che per tutti gli altri esseri viventi del regno animale

A differenza però dai cugini animali, l’essere umano non è solo un corpo fisico ma è dotato di una psiche complessa la cui evoluzione è strettamente collegata non solo al movimento del corpo ma soprattutto al movimento immateriale di pensieri e immaginazioni e strutture simboliche sia coscienti che inconsce.

L’uomo ha la prerogativa di rielaborare l’esperienza concreta costruendo una dimensione interiore, mentale, in modo personale e creativo.

Egli è, nell’ambito dei mammiferi, fra quelli che più lungamente viene gestato e accudito dopo la nascita, ed è certamente quello più a lungo rimane dipendente dall’adulto.

Per parecchio tempo il piccolo dell’uomo vede le sue necessità legate alla sopravvivenza e i suoi desideri soddisfatti tempestivamente dagli adulti. Più che mai nella nostra società che tende ad accudire e proteggere anche in eccesso i figli.

I primi spostamenti del bambino nello spazio non sono quindi dettati esclusivamente da necessità fisiche e biologiche, ma anche dal desiderio di conoscere e costruire, a livello psichico, una personalità separata e autonoma. Egli percepisce profondamente, per la sua natura umana, che per raggiungere la coerenza e la coscienza della propria unità, è necessario uscire dalla fusione primordiale con il corpo della madre e con la sua bolla prossemica e diventare altro rispetto a lei.

E’ necessario non essere più parte di, ma parte a sé, non essere più dentro e confuso con la madre, ma fuori e individuato.

Un processo che si mette in moto e si sviluppa con la conquista della distanza, sia fisica, nello spazio e nel tempo, sia psichica, nello spazio fantasmatico, pensato e simbolico. Il movimento ne è la condizione e lo strumento proprio perché la maturazione psichica dell’essere umano non è un percorso scevro da paure, dolori e frustrazioni.

Paura di abbandono e di perdita, paura di non sopravvivere, paura del rifiuto dell’altro. Ribellione e dolore di fronte ai limiti, ai “no”, alle frustrazioni.

Sono emozioni tempestose che si muovono dentro alla mente e al corpo del piccolo essere umano: per essere accettate e assunte devono venire lenite da continue andate e ritorni, piccoli allontanamenti, tentati e ritentati, consolazioni nel ripiegamento e nella riconquista dell’abbraccio fusionale.

Per vivere al meglio questo il difficile passaggio della distanziazione, il bambino avrebbe bisogno di ascolto e coscienza da parte degli adulti e che questi fossero capaci di offrirgli un contesto corporeo ed affettivo adeguato a traghettare la sua persona intera, corpo, mente ed emozioni, verso l’avventura della vita con la gradualità necessaria.

Nelle società antiche (così come nelle attuali società povere, ancora legate alla coltivazione della terra), la nascita di un bambino che si muovesse subito e con vigore era salutata con gioia e soddisfazione: quella vivacità era accolta e acclamata come una promessa di sopravvivenza per quel bambino e per la sua famiglia, di buona capacità di resistere alle intemperie e alle malattie, di vigore nel lavoro e nella difesa di se stesso e dei suoi figli, di predisposizione favorevole alla riproduzione.

Qui da noi, nella nostra società evoluta e opulenta, invece, si sta ampliando un fenomeno sul quale è bene interrogarsi. Il termine vivace per lungo tempo è servito, nella lingua italiana, a descrivere una persona particolarmente vitale, dotata di energia nel corpo e prontezza nel pensiero, una persona aperta di carattere e fondamentalmente positiva nelle relazioni.

In controtendenza al vocabolario, dieci o quindici anni fa questa parola ha cominciato ad essere usata da educatori, insegnanti, genitori e terapeuti dell’infanzia in senso molto diverso e sostanzialmente negativo: ha cominciato cioè a descrivere bambini che si muovono troppo, che non si sanno controllare e che non stanno alle regole.

Ma, se ci pensiamo bene, ciò che viene additato come incontenibile e incomprensibile non è tanto il corpo fisico e organico del bambino. Quello, le istituzioni preposte all’istruzione lo hanno sempre considerato come un aspetto in fin dei conti gestibile attraverso l’educazione fisica e lo sport, intendendo queste due discipline come pratiche preposte, appunto, al potenziamento ed indirizzamento delle energie fisiche e cinetiche dei giovani.

Di nuovo, nel lessico corrente, troviamo una parola chiave: quando si muove nella ginnastica e nello sport, il bambino “si sfoga”.

Anche a questo livello dunque si utilizza un termine con accezione negativa: sembrerebbe che l’energia infantile fosse cosa superflua e sovrabbondante, nociva, e quindi da espellere, della quale liberarsi.

Lo sfogare allude a qualcosa che va gettato, mentre le energie fisiche andrebbero sviluppate e indirizzate per essere utili al corpo e alla mente.

La preoccupazione espressa da educatori, genitori e terapeuti riguarda però un altro aspetto del movimento e del corpo del bambino: quel corpo creativo che esprime movimenti liberi, informati da sentimenti, emozioni e desideri.

È laspetto pulsionale del corpo infantile che impensierisce e mette in allarme gli adulti, il corpo che grida e piange e ride sfrenatamente, il corpo che sperimenta i suoi limiti correndo a perdifiato, che mette alla prova il proprio coraggio affrontando prove pericolose, che saggia la relazione con l’altro anche provocando e aggredendo.

Questa dimensione del corpo, questo tipo di movimenti non hanno mai trovato ascolto e cittadinanza in un sistema di educazione e in una società dove i ruoli e le gerarchie non sono disposte ad aperture e cambiamenti. Non si è quindi capito, da parte di chi programma i metodi educativi nelle strutture pubbliche, e spesso anche private, quanto la dimensione emotiva e pulsionale sia indispensabile alla crescita di un essere umano intero, con tutte le sue potenzialità.

L’uomo è un mammifero che sta cercando di allontanarsi dagli aspetti più deteriori della parte animale della propria natura , a dire il vero con risultati ancora molto relativi. Il tentativo, in atto da secoli, è quello di imparare a gestire le proprie pulsioni in modo da ottenere delle relazioni sociali che rispettino la libertà di tutti e sappiano risolvere il conflitto in modo non violento.

Per raggiungere questo risultato, i bambini, fin da subito, dovrebbero essere effettivamente ed efficacemente accompagnati ad acquisire la capacità di gestire le proprie emozioni, le proprie pulsioni.

Ma, attenzione!, gestire una pulsione, un desiderio, significa prima di tutto conoscerlo, accettarlo ed essere in grado di rinviarne il soddisfacimento, se necessario, oppure anche di decidere che non esistono le condizioni per soddisfarlo o di accettare la frustrazione se il desiderio stesso, una volta attuato, divenisse deleterio per altri.

Riconoscere e accettare un desiderio significa poter decidere se è il caso di realizzarlo o meno all’interno della realtà sociale e dell’economia affettiva di ciascuno.

Al contrario, l’educazione non riconosce i desideri dei bambini e non insegna loro a riconoscerli. Piuttosto li reprime e così facendo li cancella e li relega in zone inconsce della personalità, dalle quali essi potranno riemergere ed erompere in qualunque momento, in modo incontrollato e inaspettato (vedi i vari atteggiamenti bullistici, irresponsabilmente crudeli, mancanti di rispetto per i propri simili e per i deversi.)

La negazione o la scarsa conoscenza che gli adulti hanno delle proprie stesse dimensioni pulsionali, la messa al bando delle manifestazioni emotive ed affettive in una società che deve impiegare ogni energia nell’accelerazione del produrre e nel mantenere fermi i ruoli, porta l’istituzione scolastica così come l’ambiente familiare a non ascoltare ed educare la sfera emotiva del bambino, ma a limitarsi a negarla o reprimerla.

Per questo il bambino vivace, quello cioè che cerca di muoversi e giocare in libertà e creatività, ha cominciato a diventare scomodo, ingestibile, asociale.

Ma c’è di più. Ultimamente, educatori, insegnanti e terapeuti non si limitano ad usare il termine “vivace, esso è stato sostituito da “iperattivo.

E’ stata inventata una sindrome, una patologia a cui è stato dato il nome di ADHD, Attention Deficit Hyperactivity Disorder.

Per curare questa presunta sindrome sono previsti dei protocolli farmaceutici di grande pericolosità per lo sviluppo fisiologico e mentale dei minori malgrado la ricerca scientifica non abbia individuato alcun fenotipo che ne comprovi la stessa esistenza come patologia.

Eminenti neurologi e psichiatri, come il dott. Fred Baughnam membro dellAmerican Academy of Neurology negano che lADHD abbia il diritto di essere dichiarato patologia.

Esistono, d’altro canto, ricerche che stanno evidenziando come alcuni additivi degli alimenti conservati così come alcuni farmaci che placano le contrazioni durante la gravidanza sarebbero in parte responsabili di alcune manifestazioni infantili di iperattività in aumento. Esistono anche statistiche che dimostrano come molto spesso l’iperattività recede e sparisce con il procedere dell’età.

Malgrado ciò negli Stati Uniti 11 milioni di minori vengono trattati per questa sindrome con farmaci a base di anfetamine come il Ritalin, il cui utilizzo è stato permesso in questi ultimi anni anche in Italia.

Sono farmaci che compromettono le sviluppo del cervello, possono provocare crisi maniaco depressive con esiti di suicidio, ictus cerebrali e improvviso arresto cardiaco.

Negli Stati Uniti come in Europa esistono diverse associazioni e movimenti, come l’italiana “Giù le mani dai bambini” che contrastano l’autorizzazione di queste pratiche, ma esistono anche associazioni di genitori che pubblicizzano nelle scuole lutilizzo delle anfetamine, sostenute e finanziate dalle industrie farmaceutiche.

Il questionario che queste organizzazioni private diffondono per poter individuare i bambini affetti da ADHD contengono indicatori del tipo: “Fa cadere ripetutamente le penne dal banco” oppure: “Interrompe l’adulto quando parla” oppure ancora: “Si muove sulla sedia” e altri simili.

Qualunque bambino minimamente vivo e autonomo ha comportamenti che potrebbero rientrare nel profilo rappresentato nel questionario e direi perfino qualunque adulto.

Tutto questo ci deve allarmare e a mio avviso anche indignare, ma l’interrogativo che mi interessa in questo contesto è: cosa sta accadendo alla nostra società, alle nostre relazioni educative e affettive, se il movimento stesso dei bambini, quello spontaneo, libero, creativo, quello che, se supera i limiti, è solo perché sta chiedendo aiuto o cercando di far suonare un campanello d’allarme su di un modo di vita che non funziona, viene patologizzato e soppresso tramite farmaci fortemente pericolosi per la salute e per la vita stessa?

È vero, i bambini sono sempre più irritabili, scomposti, oppositivi, fuori controllo, è sempre più difficile ridurli a ragione. Ma riflettiamo un momento a che tipo di vita stiamo offrendo loro, fin dalla gestazione e dalla nascita.

Già l’inizio stesso della vita dipende a volte da fecondazioni assistite o artificiali, in corpi di madre che la natura non aveva previsto potessero ospitare una gravidanza, con tutte le conseguenze fisiologiche e psichiche per la madre e per il bambino, che vengono, nella maggior parte dei casi, ignorate o misconosciute dai ginecologi e dai pediatri. In altri casi assistiamo a gestazioni sostenute da farmaci e con frequenti minacce per la sopravvivenza del feto.

Il parto avviene sempre più spesso in modo innaturale, provocato in anticipo con farmaci o risolto per taglio cesareo anche quando nessun allarme clinico giustifica il ricorso a queste pratiche.

L’allattamento non sempre è possibile, quando la mamma è spaventata da un parto difficoltoso; a volte è lei stessa a decidere di non allattare, perché deve tornare al lavoro o per motivi più futili, non informata sulla funzione non solo vitale della relazione iniziale di nutrimento al seno.

Pensiamo poi ad un bambino che viene svegliato al mattino presto, quando avrebbe ancora voglia e bisogno di riposare, protraendo la pratica del biberon fino ai cinque, sei anni perché è più comodo e più veloce.

Viene caricato in auto e portato dai nonni i quali, dopo un’oretta di televisione, lo portano al nido. Nel pomeriggio viene prelevato da una babysitter che ad ora di cena lo riconsegna alla mamma. Il papà torna a casa alle ventidue perché aveva da lavorare.

Magari poi il papà e la mamma bisticciano e alzano la voce perché sono stanchi e stressati.

Sto facendo esempi piuttosto estremi, ma quasi ogni bambino attuale vive almeno alcune di queste esperienze quotidianamente.

Una mescolanza di distacchi forzati e spesso prematuri, di tempi accorciati o allungati in modo innaturale, di stili educativi diversi e spesso contrastanti. Due genitori, da uno o quattro nonni, da due a quattro educatrici, una babysitter fanno da sei a undici persone adulte che possono accudire il bambino nella stessa giornata, ed ognuno ha i suoi divieti e le sue permissività, diversi e magari opposti a quelli degli altri, delle capacità o meno di giocare e capire il bambino, più o meno grandi motivazioni ad ascoltarlo veramente.

Sfido chiunque, anche adulto, a non innervosirsi in condizioni di vita del genere!

Io sono filosofa per formazione accademica e psicomotricista per scelta professionale; come filosofa sono abituata a chiedermi l’origine e il perché delle cose, come psicomotricista metto in atto quotidianamente la pratica di offrire a bambini, adolescenti e adulti uno spazio concreto e nello stesso tempo simbolico all’interno del quale ritrovare il diritto di vivere con il proprio corpo e il proprio movimento le emozioni, gli affetti, la creatività. Di ritrovare i tempi della propria vitalità e del proprio desiderio.

Recentemente, stavo accompagnando un bambino di dieci anni a conoscere per la prima volta la sala di psicomotricità.

Appena entrato ha dato un’occhiata intorno e poi ha guardato me. Io gli ho detto, come sempre dico: “Qui puoi fare quello che vuoi, tranne farti male e far del male agli altri. Muoviti pure liberamente e gioca come ti piace di pù, io giocherò con te.”

Lui non si è mosso, mi ha guardata di nuovo conservando un volto immobile e un’espressione rassegnata.

Mi ha chiesto: “Quanti minuti posso restare qui dentro?” Una domanda che la dice lunga sulla possibilità che doveva avere quel bambino, nella sua vita, di poter usufruire di spazi e tempi di libertà.

Vedo tutti i giorni le persone, di qualsiasi età quindi anche adulti, stupirsi e meravigliarsi e commuoversi di fronte all’improvvisa possibilità di aprirsi e di esprimersi, che forse pensavano non potesse esistere.

Le vedo riconoscere e apprezzare come proprio un corpo con i suoi gesti e i suoi movimenti che altri avevano bollato come vietati e inammissibili.

Vedo queste persone, piccole e grandi, trovare poi, nella loro vita di tutti giorni, diverse strade praticabili per conservare la libertà di espressione all’interno delle relazioni, in famiglia, a scuola, nel lavoro.

È dunque possibile. È possibile se i genitori accettano di fermarsi un attimo a pensare che forse la vita dei loro figli vale più di qualche ora supplementare dedicata alla carriera, se riescono a non farsi stringere e imprigionare da una routine quotidiana che impedisce di vedere e ascoltare laltro veramente.

Se l’adulto, anche solo per qualche momento, riesce a scendere dalla sua stazione eretta, si siede o si distende sul tappeto, rende disponibile il suo corpo e i suoi gesti al gioco del bambino.

Se si lascia coinvolgere nel mondo del fantastico e del simbolico dove, come nel viaggio di Alice, tutti i desideri, le sofferenze e le gioie diventano visibili, toccabili, chiaramente comprensibili.

Con semplicità e senza bisogno di esperti.

È possibile, se educatori ed insegnanti riescono ad essere sufficientemente centrati nella loro età adulta e nella loro autorevolezza da non sentirsi messi in discussione nel loro ruolo dalla vivacità e sincerità e anche dalle provocazioni dei bambini.

Se riescono ad esercitare l’ascolto prima ancora di proporre percorsi educativi, se decidono di giocare anche con il proprio corpo senza temere di perdere la loro funzione, anzi, guadagnando la fiducia e l’affetto degli allievi.

È possibile, se gli adulti accettano di rallentare un po’ e si fermano a riflettere anche su se stessi, sulla vivacità e creatività e soprattutto sulla libertà che un tempo hanno conosciuto e che potrebbero ancora possedere, se solo andassero a riprendersele, lì dove le hanno lasciate.

“Buon giorno”, disse il piccolo principe.

“Buon giorno”, disse il mercante.

Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere.

“Perché vendi questa roba?” disse il piccolo principe.

“È una grossa economia di tempo”, disse il mercante. “Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatré minuti alla settimana”.

“E che cosa se ne fa di questi cinquantatré minuti?”

“Se ne fa quel che si vuole”.

“Io”, disse il piccolo principe, “se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana”.

dic 192014
 

Grandi piccole sfere

 

La FORMA della SFERA contiene significati simbolici che ci mettono in contatto con l’energia che dà la vita a tutto l’universo: essa ha un interno (uovo, ventre della madre) nel quale la vita nasce e viene protetta e un esterno (corpo celeste, sfera planetaria) che porta in sé la vitalità, la forza e l’armonia del movimento spaziale e temporale.

La psicomotricità relazionale ha dato concretezza a questa forma utilizzando palle di gomma di diverse dimensioni e colori: le più grandi hanno diametri da 50 a 120 centimetri, quelle medie di 25 centimetri, quelle piccole da 5 a 15 centimetri.

Ogni palla ha un unico colore (giallo, rosso, rosa, blu, verde, arancione, in tonalità forti o pastello) e ne esistono di trasparenti.

Le palle più grandi possono stare immobili o dondolare appena: rappresentano allora un grande corpo o una parte di esso (pancia, seno) sul quale abbandonarsi e ricercare sensazioni di intenso piacere e di forte regressione: il dondolio corporeo può portare all’immersione nel ritmo energetico che permea il tutto, dimenticando per qualche attimo le limitazioni dell’individualità.

Ma la palla grande contiene anche potenza di movimento: lanciata nello spazio amplifica il gesto e la forza di chi ha lanciato, scagliata contro un’altra persona o un oggetto dà l’impressione di un’aggressione molto potente.

Le palle della psicomotricità sono sufficientemente leggere da non creare danni reali alle persone e alle cose: ciò permette al bambino di aggredire l’adulto che non riesce ad aggredire direttamente e all’adulto di aggredire l’autorità simbolica o un presunto nemico abbassando di molto la soglia del senso di colpa.

Le palle medie rappresentano la vitalità dell’essere vivente: sembrano infatti possedere movimento e vita propria, talmente secondario è il gesto iniziale che le spinge e talmente lungo, allegro imprevedibile è invece il loro tragitto autonomo, i loro sobbalzi, rimbalzi e rotolamenti.

Per un bambino, la palla media è spesso l’immagine di sé stesso, per l’adulto può simboleggiare ugualmente la sua persona, ma anche un individuo più giovane: un figlio o un piccolo essere vivente.

Può venire lanciata, come alter-ego, su percorsi difficoltosi (dislivelli, tunnel, antri senza luce) per studiarne la pericolosità prima di avventurarsi di persona; può venire donata allo psicomotricista come riconoscimento della sua capacità di prendersi cura della o delle persone che gli sono affidate; può venir distrutta o sgonfiata da chi non ha acqiusito considerazione del proprio valore.

Viene coccolata, accudita e protetta da chi si sente indifeso; lanciata, rincorsa e rilanciata con gioia nello spazio in salti e piroette da chi si sente felicemente protagonista della propria vita.

Le palle piccole rappresentano parti o “pezzi” della persona o, più raramente, di una cosa.

Vengono spesso tenute insieme, come beni preziosi, dentro a stoffe annodate come saccocce o trasportate e nascoste all’interno di case e tane.

Vengono infilate dentro agli indumenti dello/a psicomotricista o dentro a scatole e contenitori per sfidare l’unità e la coesione della personalità nel tragitto di entrata e uscita simbolica dalla fusione con il corpo dell’altro (con il corpo della madre).

Una volta, durante un incontro, un bambino di cinque anni dalla personalità molto frammentata ha fatto questo gioco: mi ha fatto raccogliere tutte le palline che c’erano nella sala dentro ad sacco di tela.

Ho dovuto farlo, dietro sua indicazione e sotto il suo attentissimo controllo, con estrema cura, in modo rituale, ripetendo sempre gli stessi gesti e senza dimenticare neanche una pallina.

Ad operazione conclusa, ha voluto esser messo, anche lui, dentro allo stesso sacco, poi mi ha chiesto: “SONO INTERO?”.

dic 152014
 

L’educazione motoria a scuola

 

Dopo una prima fase di totale diffidenza delle istituzioni educative verso la psicomotricità, con cambiamento abbastanza repentino, all’interno di asili nido e scuole materne, a volte anche nelle scuole elementari, i genitori si sono visti proporre attività psicomotorie per i loro figli, comprese nel programma e nell’orario istituzionale.

Se però cerchiamo di capire di cosa si tratti (posso parlare a ragion veduta, perché mi occupo di aggiornamenti e sono consulente di diversi Comuni per l’aggiornamento del personale educativo), ci troviamo spesso di fronte a bambini che giocano in modo più o meno disordinato nell’atrio di asili e scuole o che dispongono effettivamente di uno spazio dedicato al movimento, ma non dispongono di personale sufficientemente formato.

Una volta si parlava di educazione fisica, che tutt’ora ha le sue regole e le sue competenze, insegnate con un curriculum di studi ben definito (Istituto Superiore di Educazione Fisica) e che, se correttamente usata, ha senz’altro un suo spazio di tutta legittimità nell’educazione.

Ma, evidentemente, l’abitudine alle mode è più forte (e, in questo caso, più comoda) della necessità di definire i diversi settori dell’educazione e la formazione del personale, così ci troviamo di fronte a questa realtà: i genitori si sentono allettati da una parola nuova, difficile e un pò esotica e i bambini non possono usufruire né di una vera educazione fisica né di una vera psicomotricità.

Esistono, ovviamente, educatrici e insegnanti che, di propria iniziativa e a proprie spese, hanno intrepreso la formazione psicomotoria ed hanno quindi tutta la competenza necessaria, ma sono rare, perché questa formazione è lunga e impegnativa, sia a livello personale che materiale (tempi e costi).

Un decreto del Ministero della Sanità (17/01/1997, N°56) ha stabilito, finalmente!, una definizione della psicomotricità e della figura professionale che è abilitata a praticarla, e anche se non corrisponde pienamente alle aspettative che da vent’anni gli psicomotricisti riservavano a questa legislazione, speriamo possa portare almeno un pò di chiarezza.

Ci aspettiamo dunque, sia da parte di chi è preposto alla programmazione educativa a livello istituzionale, sia dalla capacità di vigilanza dei genitori, una maggiore attenzione per i termini e per i contenuti delle attività offerte ai bambini.

Penso che esista la necessità e la possibilità che il personale educativo venga seriamente formato per attuare una corretta e valida educazione motoria a tutti i livelli della scuola della prima infanzia e dell’infanzia, lasciando agli psicomotricisti professionisti una disciplina che prevede spazi e attrezzature prprie e indispensabili, oltre ad una competenza riguardo ai significati profondi del gioco simbolico e alla loro lettura.

Concetti che, se non conosciuti o conosciuti superficialmente, possono anche far diventare l’attività più negativa che positiva per i bambini.

Ricordo che il metodo psicomotorio, in attesa di indicazioni statali circa il curriculum formativo, si acquisisce attualmente in Italia presso le diverse scuole private di durata triennale o quadriennale.

dic 152014
 

Un pezzo d’uomo

 

La presenza maschile nei gruppi di psicomotricità degli adullti era, fino a qualche anno fa’, molto rarefatta: un rapporto di circa uno a dieci rispetto alle donne.

Attualmente, però, la tendenza si va invertendo e la presenza maschile si avvicina al quaranta per cento.

Gli uomini che partecipano ai gruppi desiderano spesso diventare psicomotricisti ma esprimono anche una necessità di percorso personale di coscienza, non sempre consapevole e certamente non facile da affrontare.

Le generazioni precedenti trasmettevano, a volte in modo fermo, a volte addirittura autoritario, ai bambini e ai giovani, un modello chiaro del ruolo maschile: la forza necessaria per poter assumere responsabilità sociali e familiari, il piacere della conquista e della competizione, l’aspirazione alla dinamica mentale che presiede all’invenzione e alla fabbricazione.

Un’economia non ancora opulenta e la presenza delle guerre avevano contribuito a mantenere saldo, in Occidente, questo modello che si è andato invece svuotando progressivamente e molto velocemente a partire dal dopoguerra.

Iniziando dal rifiuto della violenza e della distruzione, che avevano segnato profondamente coloro che la guerra l’avevano appena vissuta, passando attraverso la forte rivendicazione femminile del diritto al lavoro e alla decisionalità, la società attuale è giunta allo spostamento della competitività a livello mediato: benessere economico, carriera, immagine.

Tutti cambiamenti che contengono aspirazioni positive ad un modo di vivere più umano, ma che hanno avuto come risultato una specie di veloce cancellazione, insieme agli aspetti deteriori ed eccessivi della maschilità, anche i suoi aspetti formatvi e fondanti delle personalità, soprattutto dei giovani maschi.

In questo vuoto di riferimenti, i padri delle generazioni attuali, occupati da forti contraddizioni rispetto al proprio stesso ruolo, si sono trovati a delegare ancora più di prima alle donne l’educazione dei figli, pur occupandosi molto di più delle generazioni precedenti dell’accudimento (dar da mangiare, vestire, accompagnare a scuola ecc…).

Alcuni hanno scelto di rifiutare del tutto il ruolo di padre, abbandonando mogli e figli, altri hanno reagito alle incertezze costruendo modelli educativi di eccessiva fermezza se non addirittura di violenza più o meno evidente.

Gli uomini che partecipano ai gruppi di psicomotricità (i ventenni/trentenni, ma spesso anche i quarantenni/cinquantenni) portano già tutto il peso di questo scompenso nei modelli di riferimento.

Il risultato è spesso un uomo adulto nel corpo e nelle prestazioni sociali che contiene un bambino soffrente, ribelle o insicuro.

Così era Riccardo (chiamiamolo così), che non ricordava come si sorride, come si gioca e come si ama, che non riusciva ad avere alcun rapporto simbolico con gli oggetti psicomotori e che si relazionava al gruppo soltanto imprigionando le donne, aggredendo violentemente gli uomini e facendo trasparire una sessualità gravemente disturbata.

Il suo vissuto profondo fu chiarito quando alcune compagne di percorso giocarono a fare le neonate: prima le accudì con imprevedibile delicatezza, poi le seppellì sotto un enorme materasso quasi non potesse reggerne la vista e il contatto.

Il bambino antico emergeva con tutte le sue esigenze inascoltate (dai genitori prima, da lui stesso poi) e gridava troppo forte.

I conduttori e il gruppo gli offersero un luogo dove poter depositare e consolare queste grida.

Diversa, ma in fondo anche molto simile, è stata la storia di Giuseppe (chiamiamolo così), un pezzo d’uomo alto e robusto, che portava giubbotti di pelle cavalcando potenti moto, e lunghi capelli biondi.

Ma, appena varcata la soglia dello spazio psicomotorio, la sua imponenza (e bellezza) fisica diventava rigida e impacciata, i suoi passi incerti fino a non riuscire a controllare alcuno squilibrio o caduta a terra.

Le sue gambe, pur essendo fisicamente robustissime, non erano in grado di reggere la sua grandezza e il suo peso (la concretezza dell’età adulta) e più volte aveva danneggiato, nella vita reale come anche in sala di psicomotricità, tendini e legamenti.

Un suo gioco era: pestare i piedi.

Uno squilibrio di forze nell’ educazione (un padre eccessivamente coercitivo che aveva tentato di decidere la direzione della sua vita, una madre eccessivamente accondiscendente) aveva creato un adulto nel quale il pezzo visibile era fortissimo, ma il pezzo bambino continuava a dimostrare platealmente e dolorosamente l’urgenza di venire ascoltato e rafforzato nel suo legittimo e personale progetto di vita.

dic 152014
 

Tre madri

 

Giulia, Anna e Marta (chiamiamole così) sono tre donne fra i trenta e i quarant’anni che hanno frequentato i gruppi di psicomotricità per gli adulti in anni diversi e non si sono mai conoscuite fra loro.

Ciò che le accomuna è l’effetto che l’esperienza ha avuto su di loro, guarendole dalla sterilità. Nessuna di loro aveva iniziato il percorso con questa aspettativa.

Giulia è un’educatrice di scuola materna ed aveva motivazioni professionali, Anna era impiegata e desiderava formarsi per una professione più umana, Marta non sapeva chiaramente perché era venuta.

I suoi motivi erano comunque personali: il desiderio di conoscersi meglio e una certa insoddisfazione generalizzata riguardo alla vita.

Ma la problematica o il desiderio preponderante, anche se inconscio, di ognuno, si esprime spesso in psicomotricità attraverso il primo oggetto che viene scelto per il gioco simbolico e tutte e tre queste donne iniziarono il loro gioco dalla grande palla (dal diametro di 120 centimetri), capace di sostenere anche il peso abbandonato di un corpo adulto.

Quest’oggetto è portatore dei significati simbolici legati all’origine della vita: è la madre (la madre che abbiamo avuto, la madre che siamo, la madre che vorremmo essere) ma anche la fonte energetica e vitale primaria, la Madre archètipa.

Giulia era una donna forte, dalla tonicità rigida e piuttosto spigolosa; anche la sua parola, nei momenti verbali, era tagliente e oppositiva.

Il suo primo rapporto con la grande palla fu di prenderla a calci e pugni.

Molto tempo e molti giochi dopo, Giulia poté prendere coscienza del vuoto lasciato in lei da una madre distratta e lontana, della sofferenza della bambina del passato e della sua caparbia e inconscia decisione di non volere mai e poi mai percorrere la stessa strada e far patire ai figli lo stesso dolore.

Questa era l’origine di una sterilità scientificamente inspiegabile: Giulia risultava infatti fertile alle analisi mediche come il marito con il quale viveva un rapporto appagante da più di dieci anni.

Anna era invece una persona dolce e pacata, che si muoveva preferibilmente a terra come qualcuno che si sente stanco; la sua relazione con la grande palla fu a lungo fusionale: l’abbracciava o vi si abbandonava con tutto il corpo e restava immobile con lo sguardo velato di malinconia.

Abbastanza presto verbalizzò la perdita della madre in tenera età e il peso della responsabilità dei fratelli minori cui aveva lei stessa dovuto far da madre.

Aveva combattuto la sterilità con diverse cure, compresi vari tentativi di fecondazione artificiale, tutti falliti.

Marta era una donna capace di inventare giochi ironici e creativi, giovane e simpaticamente sfrontata.

Le piaceva fare il ragazzaccio e i suoi oggetti preferiti erano corde e bastoni con cui stuzzicava, imprigionava e sottometteva gli altri al proprio volere.

Solo quando arrivava nei dintorni della grande palla cambiava atteggiamento: ne diffidava, la toccava con precauzione e ne sembrava quasi intimorita.

Durante la parte finale del suo percorso riuscì a confessare a sé stessa di aver ricoperto con la maschera della spavelderia maschile il dolore di una carenza genetica diagnosticatale fin dall’infanzia, che (le avevano detto i medici) le avrebbe precluso la maternità.

E lei, per non soffrire, aveva dimenticato.

Quando riuscì a ricordare e a superare il primo impatto molto doloroso, dilagò in lei un desiderio talmente carico di urgenza da permetterle di rimanere incinta dopo solo qualche mese.

Ha terminato il suo percorso psicomotorio, personale e professionale, con il volto dolce e il corpo aggraziato della donna che attende un figlio: ogni aggressività era sparita.

Giulia pratica attualmente la psicomotricità nlla scuola materna in cui lavora ed è mamma di due bambini, di cui uno è stato concepito nel corso stesso della sua formazione.

E’ riuscita, dopo un travagliato e molto difficile perdono, a ricontattare sua madre (anziana signora che vive all’estero) e a donare una nonna ai suoi figli.

Anna è rimasta sterile, nel suo corpo fisico: nessuna pratica umana ha il potere di compiere miracoli.

Ha però trovato un’altra strada possibile, praticabile e forse addirittura più fortemente motivante per la maternità: l’adozione.

La sua bambina, adottata a tre anni, ne ha oggi sette ed è una vera figlia con dei veri genitori.

L’essere umano e i suoi desideri sono così straordinari: quando un organo fisico non riesce a svolgere le sue funzioni, esiste la possibilità che altri organi se le assumano.

Così, in questo caso, a restare incinto è stato il cuore.

dic 152014
 

Adulti

 

La psicomotricità, l’abbiamo già detto, è materia piuttosto sconosciuta. Esistono però, intorno ad essa, delle convinzioni da parte della pubblica opinione, che non sempre corrispondono allo stato attuale di questa pratica e della ricerca che viene svolta nel suo ambito.

Una di queste convinzioni errate è che la psicomotricità riguardi solo i bambini e in particolare i bambini molto piccoli.

Una quarantina d’anni fa, la psicomotricità prese effettivamente le mosse dall’esigenza di riformare l’insegnamento dell’educazione fisica nelle scuole materne ed elementari; ma nell’arco di qualche anno si evidenziarono, all’interno della ricerca psicomotoria, due concetti di grande importanza per gli sviluppi successivi.

Uno emerse dall’osservazione della pratica stessa: il movimento, le posture e il gioco corporeo del bambino piccolo non possono essere ristretti nella definizione di esercizio fisico e neppure in quella di esercizio imitativo ma rivestono funzioni molto più importanti rispetto allo sviluppo delle funzioni affettive, emotive e mentali, poiché pongono le fondamenta dei processi simbolici e di astrazione.

L’altro concetto, ed arriviamo agli adulti, era già stato evidenziato e studiato sia dalla psicoanalisi che dall’antropologia.

L’essere umano struttura la sua personalità nei primissimi anni di vita in base alle relazioni e ai comportamenti che conosce all’inizio: un’epoca in cui le esperienze si iscrivono nella persona attraverso canali vitali ed emotivi piuttosto che razionali e sono destinate a depositarsi nel profondo per continuare ad informare i suoi comportamenti per il resto dell’esistenza in maniera prevalentemente inconscia.

Gli studi recenti, legati alla psicosomatica e alle discipline che considerano l’essere umano come una unità corpo-mente, hanno ulteriormente arricchito questo concetto, forse un po’ troppo meccanico, della prima psicoanalisi.

Ipotizziamo che esista un progetto di vita che il bambino piccolo elabora, non certo a livello della corteccia cerebrale, ma piuttosto nelle profondità vitali ed energetiche del suo corpo.

Un progetto che, successivamente, può trovare conferme o sconferme; sostegni, aperture , sviluppi o , al contrario, negazioni, chiusure, blocchi.

In realtà, ogni persona incontra esperienze sia positive che negative durante il suo sviluppo, e sono la qualità e le quantità di questa alternanza che producono la sopravvivenza o meno del primo progetto di vita, della forza propulsiva e vitale del bambino che l’aveva elaborato.

Gli adulti che avvicinano la psicomotricità hanno delle motivazioni professionali (lavorano in campo educativo o formativo; desiderano diventare psicomotricisti) ma intraprendono di fatto un viaggio alla ricerca di quel primo progetto per conoscerlo e riconoscerlo, liberarlo dagli impedimenti che può aver incontrato nel corso della vita , dargli nouvamente la possibilità di produrre energia vitale e di utilizzare al meglio le risorse naturali della personalità.

Queste sono le ragioni per cui la psicomotricità, oggi, riguarda tutte le età ed è sempre più esteso il ventaglio di persone che la praticano in età adulta unicamente per reggiungere una maggiore consapevolezza di sé.

dic 152014
 

Sola, nel Giardino dell’Eden

 

C’era una volta un Giardino dell’Eden, troppo bello per essere vero, troppo perfetto per poterci camminare, troppo immobile per poterci vivere: questo era il segreto di Alessia, e ci volle un anno di attività psicomotoria perché lei si decidesse a confidarmelo.

Durante il suo primo anno di psicomotricità, giocò sempre da sola, anche se faceva parte di un gruppo di sette coetanei di cinque/sei anni che avevano trovato subito un’ottima intesa di gioco collettivo e che la invitavano inutilmente a partecipare.

Lei giocava molto, ma sempre per conto suo, con un volto serio e piuttosto statico e uno sguardo di disapprovazione e quasi di disprezzo per gli altri.

Camminava in punta di piedi pur avendo un ottimo equilibrio: tutto il suo atteggiamento sembrava dire: “Non mi degnerò di camminare su questa terra, non mi avrete, non starò con voi”.

Quando parlava a volume normale, balbettava, mentre parlava perfettamente quando gridava per difendere i suoi giochi e il suo territorio dalle intrusioni altrui.

Costruiva enormi tane ammassando tutti i cuscini di cui riusciva a impossessarsi anche con l’aggressione e li ricopriva con grandi tele in più strati.

Ci si infilava poi come una talpa e scompariva dalla vista per lungo tempo.

Quando emergeva, cavalcava spesso un grande tubo/tunnel di gommapiuma saltandovi sopra; l’elasticità della gommapiuma reagiva come una molla e lei si accaniva su questo oggetto come fosse un cavallo selvaggio da domare.

Se qualcuno si avvicinava, ruggiva e mostrava le unghie come una tigre.

Fu sottomettendomi a questa tigre che entrai in relazione con lei: la divertiva moltissimo vedere la mia paura e dopo poco si decise ad aggredire me al posto del tunnel.

Ci fu un periodo di lotte, fino al giorno che non la lasciai più vincere, la tenni stretta con la forza dell’adulto e le feci sentire i limiti del bambino, così Alessia si permise finalmente di piangere e di abbandonarsi, seppure per poco, al mio abbraccio.

Il suo viso aveva lasciato l’immobilità, che straordinariamente manteneva anche quando lei gridava e ruggiva, si era arrossato e, nel breve rilassamento che seguì il pianto, mi fu concessa l’ombra di un sorriso.

Da quel momento Alessia accettò i giochi collettivi di grande movimento: le arrampicate, i salti, le corse, ed iniziò una relazione di gioco con un altro bambino che aveva la tendenza ad isolarsi.

Condividevano il disprezzo e una certa marcatura del territorio che lui esprimeva con lo sputo, ma finalmente Alessia rideva nella complicità.

Alla fine dell’anno, dopo una lunghissima accettazione dei suoi tempi, incontrai Alessia da sola e le presentai la palestra vuota, con tutti gli oggetti ordinati lungo le pareti. Le dissi: “Oggi metti tu le cose come ti piace di più” e lei cominciò a materializzare davanti a me il suo grande segreto.

Era una distesa uniforme di tappeti, materassi e cuscini tenuti insieme e strettamete recintati da un anello di corde tutto intorno.

A un capo di questa distesa troneggiavano due grandi cerchi, uno rosso e uno blù, ognuno meticolosamente appoggiato nel centro di un cubo/altare dello stesso rispettivo colore, simboli di una ieratica presenza del padre e della madre a custodia dell’ordinata immobilità dell’insieme.

Durante tutta la costruzione, mai Alessia era entrata nel recinto e sopra la grande prateria (il colore prevalentemente verde dei tappeti contribuiva all’effetto): era riuscita a disporre tutto standone fuori.

All’altro capo della distesa, opposto all’effigie dei genitori, fluttuava in un mare di pavimento vuoto il tunnel, collegato all’insieme della costruzione soltanto da una sottile corda: simbolo della desiderata/temuta porta d’uscita dall’Eden.

Il tunnel era il cavallo selvaggio che aveva cercato di domare per tutto un anno: forse per trovare il modo di attraversarlo? di varcare la porta di uscita?

Guardammo, alla fine, la sua costruzione in silenzio: lei vedeva davanti a sé un’immagine che conosceva da sempre, io cercavo di comprendere un discorso fatto di forme, colori e posture del corpo che Alessia mi stava confidando/affidando, e anche restituendo, visto che lo/la psicomotricista è spesso un genitore simbolico.

Non racconterò quì, per le ragioni di privatezza già esposte, le corrispondenze fra lo scenario di Alessia e la sua situazione familiare, che fu a lungo parlata con dei genitori attenti e disposti al cambiamento.

L’importante era capire che il suo problema, ciò che le impediva di comunicare con gli altri e di frequentare con piacere e partecipazione il mondo, stava in quella immobile perfezione, amata ma invivibile.

Lei stessa non poteva entrare, poteva solo contemplare da un esterno che era in realtà un limbo senza uscita. Entrammo insieme nel prato rompendone l’incantesimo e lo fiorimmo di palline colorate che le offersi (parti di Alessia che si andavano ricomponendo).

All’inizio del secondo anno di psicomotricità, Alessia è entrata correndo nella palestra e ha cominciato subito a giocare con gli altri bambini.

Ora cammina con i talloni a terra, balbetta solo qualche volta e soprattutto gioca sempre con gli altri e ride molto.

Sta frequentando serenamente la prima elementare.

Ha ripetuto e ripete ancora e ancora un gioco: costruisce un recinto (con qualsiasi oggetto possa trovare, tubi o corde o cubi di gommapiuma), lo riempie di palline e le fa muovere dentro al recinto.

Aspetta e desidera l’intervento degli psicomotricisti o di altri bambini, che aprono ogni volta dei varchi nel recinto per far uscire gioiosamente le palline.

Fra non molto troverà in se stessa la forza e il piacere, che sta sperimentando attraverso gli altri, di aprire il varco da sola.

Il suo atteggiamento adesso sembra voler dire: “In realtà vi desidero: aiutatemi a raggiungervi”.

dic 152014
 

Un bambino “sulla porta”

 

Racconterò, in questo e nei prossimi articoli, nel modo succinto necessario per questo spazio, la storia di alcuni percorsi psicomotori. I nomi delle persone, bambini e adulti, non sono quelli reali e ogni accenno alla privatezza familiare di ognuno è omessa. Inserirò soltanto le notizie strettamente necessarie per comprendere i significati dei giochi psicomotori.

 

       Quando è arrivato alla psicomotricità, Dario era un bambino quasi inconsistente: camminava sospeso, come non volesse far rumore; toccava le cose con leggerezza e non riusciva né a sollevare né a trattenere nelle mani gli oggetti che avevano anche un minimo peso.

Li lasciava semplicemente cadere a terra ed era infastidito dal rumore dell’impatto.

La sua voce, che egli usava, a quattro anni, per esprimersi a parole in modo completo e corretto, era pallida come la sua pelle e l’estrema biondezza dei capelli.

In compenso, lo sguardo degli occhi, scuri, era penetrante ed assoluto, si fissava sulle cose, ma soprattutto nello sguardo altrui come a voler inglobare l’altro o, piuttosto, a farsi inglobare: era uno sguardo quasi insostenible perché dava l’impressione che il bambino intero ti entrasse dentro in un attimo.

Aveva un equilibrio fisico instabile e cadeva spesso a terra durante gli spostamenti.

Ogni minimo dolore, causato anche dal contatto un pò ruvido con un oggetto, scatenava in lui delle reazioni di panico come se tutta la sua persona o la sua stessa vita fossero in pericolo.

Stava, guardando con questi suoi occhi grandi, abbarbicato alla mamma e non se ne voleva staccare.

Il suo viaggio psicomotorio iniziò, dopo qualche tempo di conoscenza ed esplorazione dello spazio accompagnato dalla mamma, quando accettò di varcare la porta della palestra da solo: si fermò sulla soglia, guardò la mamma che rimaneva nello spogliatoio e me dentro alla palestra e disse con grande tranquillità: “Io sono sulla porta”.

Questa era la sua vera presentazione (le parole dei bambini non sono mai casuali e a volte sono scolpite nella pietra): gestato più a lungo del termine naturale e nato per parto cesareo, Dario soffriva della profonda incertezza psichica dell’essere, o meno, ancora nel ventre della madre, dell’essere, o meno, un individuo completo e indipendente ormai staccato da lei.

Ciò creava in lui una presenza al mondo incerta e spaventata.

Il suo percorso fu dapprima individuale: restò a lungo abbracciato al mio corpo come sostituto della madre.

Restammo poi, a lungo (si parla di mesi: è assolutamente indispensabile attendere i tempi necessari ad ognuno per evolvere) rinchiusi dentro ad una tana-casetta che io costruivo ogni volta nello stesso modo, con cubi di gomma piuma e cuscini, facendo un gioco di alimentazione reciproca.

Io gli davo da mangiare e lui dava da mangiare a me: quanto questo bambino doveva consolare non solo se stesso per il distacco, ma anche la madre!

Quanto le madri, a volte e certamente mosse dal più grande amore, caricano i figli della propria paura del distacco!

La proposta della casetta era mia, la proposta del gioco del cibarsi era sua: lo/la psicomotricista propone oggetti che pensa siano adatti, ma che deve verificare siano effettivamente accettati, mentre il gioco è completamente proposto dal bambino.

Seguì il gioco dell’andare a fare la spesa: lui usciva e tornava, io uscivo e tornavo. Continuavamo ad alimentarci a vicenda.

Evitavo sempre, dopo un po’, il suo sguardo, che ci avrebbe inchiodati in una fusione senza confini.

Quando uscimmo dalla tana-casetta, lo trascinai in giochi di grande movimento, di corse, arrampicamenti e salti, nei quali lui si lamentava, si rifiutava, cadeva, esprimeva panico al minimo dolore, ma, malgrado tutto, mi seguiva perché io sorridevo sempre e lo incoraggiavo fortemente.

Poi ci fu il gioco dei cerchi: Dario disponeva per terra i cerchi e dentro ogni cerchio metteva una palla più grande e una più piccola: sé stesso e sua madre.

La mia proposta di dare anche alla pallina piccola il proprio piccolo cerchio, separato ma attaccato a quello della palla-madre, fu accolto in principo con il solito panico, poi, piano piano, fatto proprio da Dario e tutte le palline ebbero il proprio piccolo cerchio.

Dario a questo punto assunse il controllo della propria guarigione: allontanò i cerchi e li unì con le corde: facevamo rotolare la palla grande e quella piccola sulle corde, l’una in visita al cerchio dell’altra.

Raccontare tutti giochi che seguirono sarebbe lungo; dopo essersi rassicurato sulla permanenza dei legami nella distanza, Dario entrò nel gruppo dei coetanei e inziò il suo viaggio nel mondo.

Ora sta concludendo il suo secondo anno di psicomotricità: non perde più l’equilibrio, corre, si arrampica e grida insieme ai compagni, ingaggia duelli stringendo fortemente nelle mani spade simboliche che riesce a rivolgere anche contro l’adulto (cosa che non riusciva a fare, per il timore di perderne l’amore), uccide mostri e bestie feroci impersonate dagli psicomotricisti.

Essi simboleggiano così la parte dell’adulto che, inconsciamente, non vuol lasciar crescere il bambino o lo vuole costringere troppo dentro alle proprie leggi.

Dario non fà più troppo caso al dolore, mostra i muscoli e dice di sé: “Sono grande”.

L’anno scorso, all’uscita della palestra mi agganciava con quel suo sguardo totalizzante e mi diceva abbracciandomi: “Ti voglio tantissimo bene”.

Ora, dopo gli ultimi incontri, mi guarda ancora, quasi a voler mantenere un ricordo, e mi dice: “Ti voglio abbastanza bene”. Questo abbastanza che ha sostituito il tantissimo, è la parola della sua guarigione.

dic 152014
 

Dedicato ai signori uomini

 

       E’ in arrivo il Viagra, pillola miracolosa contro l’impotenza sessuale maschile (ma forse anche contro quella femminile), ovviamente dall’America (ah! se non ci fosse l’America!), e vengono prese d’assalto le farmacie della Repubblica di S.Marino dove è già in vendita.

Dal canto suo, lo Stato Italiano ha già deciso che sarà rimborsata dal servizio sanitario nazionale nella misura di un rapporto sessuale alla settimana, considerata evidentemente la dose necessaria e sufficiente per una vita sessuale sana.

Oltre alla scarsa sensibilità dello Stato, ci sarà un altro piccolo inconveniente: se il Cenerentolo in questione sbaglierà il calcolo dei tempi nell’assunzione del Viagra, il suo organo sessuale se ne andrà a nanna nel bel mezzo del ballo di mezzanotte senza neanche aspettare il cocchio di zucca e a nulla varranno le cure di tutte le fate del reame.

Senza parlare degli effetti collaterali dei quali, come al solito, nessuno fiata.

Da parte mia, vengo colta da un profondo senso di sconforto.

Cosa c’entra con la psicomotricità? C’entra, c’entra, e proverò a dire come.

Fino a qualche anno fa’, i gruppi psicomotori di formazione e di autoguarigione per adulti erano frequentati quasi solo da persone di sesso femminile: in un gruppo di una ventina di partecipanti soltanto uno o due erano maschi.

Le ragioni apparivano fin troppo ovvie: la psicomotricità viene messa in relazione con l’educazione e con i bambini e questi due ambiti sono da sempre considerati retaggio delle donne.

Oltre a questo, la psicomotricità è un’attività che coinvolge il corpo, l’emotività, la creatività, e anche queste prerogative sembrano dover appartenere piuttosto al mondo femminile.

Da qualche anno questa tendenza si è però invertita e oggi abbiamo dei gruppi nei quali gli uomini e le donne sono quasi in numero uguale e anche di questo possiamo trovare le ragioni nei cambiamenti dell’assetto familiare e lavorativo della nostra società: le professioni sociali o d’aiuto si sono estese ad altre età: anziani, tossico-dipendenti, portatori di handicap, carcerati, e parecchi uomini vi si sono dedicati.

Il disordine nei ruoli maschile e femminile nelle famiglie e nelle relazioni di coppia ha spinto alcuni uomini a ricercare le radici del loro ruolo dentro di sé.

D’altra parte, l’allarme crescente che viene dal mondo dell’educazione sull’assenza dei padri e sui danni formativi che quest’assenza sta provocando in un’intera generazione, ha convinto diversi padri a ricollegarsi col proprio bambino interiore, col proprio corpo e con la propria affettività.

Ma c’è un’altra ragione che spinge gli uomini ad affrontare un percorso di conoscenza di sé, ed è proprio la problematica sessuale intesa in senso lato, con tutti i suoi disturbi che sono molteplici, complessi e di cui l’impotenza è solo uno dei risvolti possibili.

L’organo sessuale è solo uno fra gli organi del nostro corpo e della nostra persona, ma più di altri è influenzato nel suo funzionamento dall’emotività, dall’affettività e dallo stile di vita: alimentazione, sonno, ritmi giornalieri di lavoro e riposo, spazi che concediamo o meno alla cura di noi stessi, alla creatività, all’espressione e realizzazione dei nostri desideri.

Curare il funzionamento di un organo sessuale non può significare altro, più che per qualsiasi altro organo, che curare l’equilibrio e l’armonia della persona che lo porta.

Certo, una pillola, hop e via!, è più veloce, ma ne risulta solo un Cenerentolo, non un uomo intero.

Ho visto uomini guarire dall’impotenza e da altri disturbi sessuali con la psicomotricità, ma non solo: anche con la bioenergetica, con lo shiatzu, con lo yoga, con la più tradizionale psicanalisi di parola, con una corretta alimentazione e con cure dolci che rispettano i ritmi naturali, insomma con tutti quei percorsi (ne esistono molti, ognuno può scegliere quello che sente più adatto a sé) che non curano soltanto il funzionamento meccanico di un organo modificando in modo temporaneo e fittizio un equilibrio chimico malato.

Sono percorsi che restituiscono ad un uomo la sua salute complessiva, il suo piacere non solo di fare sesso, ma anche di rilassarsi, di leggere un libro, di ammirare un paesaggio, di immaginare, di giocare con la propria donna e con i propri figli.

In sintesi, il piacere di volersi bene che ha probabilmente perduto nello stress quotidiano, nell’ansia della carriera e del procurarsi soldi e beni che nulla aggiungono al bene non solo di una famiglia ma anche a quello del più breve e fortuito dei rapporti che pretenda di non essere unicamente lo scarico meccanico di liquido seminale.

Mi concedo, come donna, come educatrice e come psicomotricista, il permesso di rivolgere ai signori uomini una richiesta a nome anche delle altre donne e dei bambini: vorremmo poter amare, amare veramente e profondamente, non solo dei Cenerentoli, ma degli uomini interi.

Penso inoltre di poter parlare a nome anche dei molti uomini coscienti e sensibili, in previsione del momento non lontano in cui il famoso Viagra e simili sarà proposto anche alle donne e, sfortunatamente, molte donne rischieranno di cadere nella trappola.

dic 152014
 

l’albero della vita

Simbolo di potere e di aggressione, ma anche di sostegno, di stabilità e di forza vitale, la FORMA – BASTONE (asta, palo, tronco) viene affidata, nel gioco psicomotorio, a tubi di cartone di recupero (vengono usati dai produttori di tessuti per arrotolarvi le stoffe), oppure da tubi di gommapiuma colorata, meno pericolosi dei bastoni di legno normalmente in dotazione nelle palestre sportive.

E’ l’oggetto che viene usato nel gioco per affermare fortemente la propria personalità rivendicandola di fronte all’onnipotenza dell’adulto, se chi gioca è un bambino, di chi ha più potere o delle proprie coercizioni interiori (Super-io) se chi gioca è un adulto.

Aggredire lo psicomotricista con il bastone, ingaggiare con esso duelli, trafugare il bastone di sua proprietà sono giochi che mettono alla prova i poteri contrapposti di chi è già adulto e di chi lo sta diventando ed evidenziano la capacità già acquisita di accettare il distacco, la necessaria opposizione richiesta dalla crescita e la forza per sopportare il relativo senso di colpa, la gioia di sentirsi grandi, liberi e autosufficienti.

Le persone (bambini o adulti) che non riescono ad esprimere giochi di questo tipo soffrono spesso di un eccesso di dipendenza nei confronti delle figure genitoriali o delle regole morali.

Non essere in grado di fare o addirittura rifiutare questi giochi anche quando vengano fatti da altri, può anche evidenziare una tale quantità di rabbia repressa e negata nei confronti dell’adulto o di coloro che dtengono un potere coercitivo, da rendere insopportabile la paura di poter esprimere in misura incontrollabile la propria stessa violenza.

E’ spesso il caso delle persone che cercano di interrompere e fermare i duelli e i giochi di aggressione altrui, anche quando i duellanti stanno palesemente divertendosi nello scherzo della finzione.

Le valenze rassicuranti del bastone: sostegno, perno, albero della vita, vengono, d’altro canto, espresse in tutti quei giochi nei quali l’oggetto serve come materiale solidificante e affidabile con cui costruire rifugi o case (di stoffa, di carta, di cartone) oppure diventa palo della cuccagna, albero di barche e navi, asta di bandiera.

A volte diventa albero vero e proprio.

Negli incontri di psicomotricità con gli adulti, si assiste spesso a danze spontanee che coinvolgono tutto il gruppo dei partecipanti e che si sviluppano in senso circolare attorno ad un bastone/tubo/palo posto verticalmente al centro dello spazio.

Sono sempre danze dal ritmo cadenzato e ripetitivo ma, lungi dal sommergere il gruppo nella trans allucinatoria che spesso è tipica della regolarità ritmica, lancia al contrario i partecipanti in un crescendo di allegria che individua questo gioco come rito di celebrazione della vita e della vitalità.

Sia per gli adulti che per il bambini il bastone contiene valenze simboliche di ordine sessuale: viene messo fra le gambe e usato manifestamente come fallo eretto o, più nascostamente, come cavallo o scopa della strega.

Anche la valenza sessuale contiene i significati di forza vitale ed energia riproduttiva: ecco allora giochi in cui il bastone diventa bacchetta magica capace di rimodellare il mondo o, più prosaicamente, pompa per annaffiare i fiori.

In una delle figure rupestri più antiche della storia dell’arte (Gobustan, Azerbaigian – Neolitico, V millennio a.C.) sono incise sulla pietra le effigi di un uomo e di una donna, progenitori ancestrali.

I loro corpi sono del tutto realistici ma gli organi sessuali sono raffigurati in forma simbolica e in particolare l’organo sessuale maschile è rappresentato sotto forma di alberello.

L’uomo è in piedi, con le gambe divaricate; l’albero si sviluppa a partire dal pube (come se avesse lì le sue radici) verso il basso (i rami toccano terra).

Dice Emmanuel Anati, studioso di queste antichissime forme d’arte rupestre: “Il linguaggio visuale dei cacciatori arcaici è un linguaggio universale, che non solo ha sistemi di rappresentazione e modalità di stile molto simili in varie parti del mondo, ma presenta anche associazioni di figure e di simboli derivanti da una medesima logica, indice di uno stesso modo di pensare e di esprimersi” (Le scienze n.354, pag.54).

Il linguaggio primario, che usiamo in psicomotricità relazionale, affonda le sue radici nella stessa matrice simbolica universale usata dall’antico incisore dell’Azerbaigian: l’albero, diritto o rovesciato è infatti un simbolo presente in tutte le civiltà del mondo e sta da sempre a significare la conquista da parte dell’umanità della stazione eretta, della coscienza e dell’elevazione spirituale.

Perno del mondo, è il garante di quella saldezza che con la sua immobilità centrale permette il moto circolare delle stagioni e dei cicli della vita.

La cavità interna al suo tronco è il canale che permette all’essere umano, abitante della Terra, di scendere negli Inferi e di salire al Cielo.

Permette, in altri termini, all’essere umano, di scandagliare le profondità del proprio inconscio, di elevare la propria spiritualità e di creare una sinergia fra queste due opposte/complementari dimensioni interiori.

 

INTERMEZZO

 

       Nei precedenti articoli apparsi su Biolcalenda, ho cercato di esporre alcuni principi base della psicomotricità relazionale, il suo contesto e gli oggetti simbolici che vi si usano. Mi farebbe piacere se questa esposizione avesse fatto nascere delle curiosità, degli interrogativi e anche, perché no?, dei rifiuti e se qualcuno avesse voglia di scrivermi, alla redazione della rivista Biolcalenda.

       Negli articoli successivi intendo raccontare alcuni percorsi psicomotori di bambini e adulti (nel massimo rispetto della privatezza di ognuno) e delle applicazioni della psicomotricità nei vari settori sociali. Questa volta, scrivo un intermezzo.